Andrea Zuanetti è CEO e Co-Founder di Up2You, società benefit che supporta le aziende nel trasformare la sostenibilità in un asset strategico di crescita attraverso competenze specialistiche, tecnologia e intelligenza artificiale. Laureato in Ingegneria Aerospaziale presso il Politecnico di Milano, durante il percorso universitario si è distinto come Team Leader del progetto vincitore del concorso annuale promosso dalla NASA. Prima di fondare Up2You, ha maturato esperienza lavorativa come consulente in ambito Risk Management e successivamente come R&D Manager in una scaleup italo-svizzera specializzata in tecnologie blockchain. Presta tuttora servizio come volontario nel CISOM, organizzazione nazionale di Protezione Civile come Capo della Sala Operativa arrivando a coordinare oltre 4.000 volontari in contesti emergenziali come i terremoti di Amatrice, Emilia, L’Aquila e missioni internazionali in Kosovo e a Grenada. Oggi guida il team di Up2You coniugando competenze ingegneristiche, innovazione tecnologica e visione strategica, avendo già accompagnato oltre 450 aziende in percorsi concreti e misurabili di sostenibilità e transizione ESG.
Come misurare l’impatto dell’edilizia: emissioni Scope 1, 2, 3 e 4
Le emissioni Scope 1, 2 e 3 sono le categorie definite dal GHG Protocol per misurare la Carbon Footprint di un’organizzazione lungo l’intera catena del valore. Nel settore delle costruzioni consentono di quantificare le emissioni dirette, indirette e quelle generate lungo la filiera, rappresentando uno strumento fondamentale per misurare, valutare e comunicare in modo trasparente l’impatto climatico di prodotti e progetti, rispondere ai Criteri Ambientali Minimi (CAM) e ai requisiti di sostenibilità richiesti negli appalti pubblici. L’articolo approfondisce anche lo Scope 4, una metrica emergente che misura le emissioni evitate grazie a soluzioni innovative e che, pur non essendo ancora ufficialmente integrata nel GHG Protocol, sta assumendo un ruolo sempre più rilevante nelle strategie di decarbonizzazione.
Nel mondo dell’edilizia, parlare di sostenibilità significa fare i conti con indicatori precisi, processi tracciabili e certificazioni di conformità. Oggi, l’intera catena del valore, dai progettisti ai grandi contractor, fino ai produttori di materiali, risponde a una committenza che esige dati scientifici e performance ambientali dimostrabili.
In questo scenario, mappare con precisione le proprie emissioni sta diventando un requisito competitivo indispensabile per accedere alle gare d’appalto e sbloccare i contratti pubblici, dove i criteri di premialità legati alla sostenibilità fanno ormai la differenza tra vincere e perdere una commessa.
La necessità di una maggiore sostenibilità nel settore delle costruzioni è dimostrata anche dall’urgenza dei fatti: gli edifici in cui lavoriamo, acquistiamo e viviamo ogni giorno pesano infatti per un terzo sul totale delle emissioni e dei rifiuti generati a livello globale. Il settore dell’edilizia rappresenta infatti il 32% dei consumi energetici mondiali e il 34% delle emissioni complessive di CO2. (Fonte: UNEP) Gran parte di questo impatto è dovuto a materiali come l’acciaio e il cemento, la cui produzione da sola genera il 18% delle emissioni globali ed è la principale fonte di scarti da demolizione e costruzione.
Di fronte a questa realtà, il mercato si sta riorganizzando attorno a logiche di massima trasparenza, accelerato dall’introduzione dei Criteri Ambientali Minimi (CAM) e da un quadro normativo sempre più stringente. Per le aziende, l’unico modo per governare questa transizione e conformarsi alle richieste della filiera è promuovere un’analisi scientifica del proprio impatto. La misurazione della Carbon Footprint rappresenta quindi il punto di partenza operativo, ovvero lo strumento che consente di tracciare l’impatto ambientale di un progetto dall’inizio alla fine.

Da cosa è composta la Carbon Footprint aziendale?
La Carbon Footprint (o impronta di carbonio) rappresenta l’indicatore chiave per quantificare l’impatto climatico di un’organizzazione. Essa esprime la totalità delle emissioni di gas a effetto serra (GHG) rilasciate direttamente o indirettamente nell’atmosfera a causa delle attività aziendali. Questo dato viene calcolato convertendo l’effetto di riscaldamento dei vari gas, come il metano, in un’unica unità di misura universale: la tonnellata di CO2 equivalente (tCO2e).
Nel settore delle costruzioni, mappare questa impronta rientra tra le attività fondamentali di carbon management. La logica di questo processo consiste nel fatto che non si può ridurre ciò che non si misura. Solo dopo aver censito e geolocalizzato con precisione ogni singola fonte emissiva, dai consumi dei macchinari in cantiere fino agli impatti legati alla produzione dei materiali acquistati, l’azienda può elaborare un piano d’azione efficace. Questo screening scientifico permette di identificare i “punti caldi” (hotspot) su cui intervenire prioritariamente, ottimizzando gli investimenti e rispondendo con dati oggettivi alle richieste di una filiera e di una committenza sempre più selettive nella scelta dei propri partner.
Per rendere questa misurazione standardizzata e confrontabile a livello globale, le emissioni aziendali vengono tradizionalmente catalogate in tre macro-categorie, definite “Scope” (o Ambiti), a cui oggi si affianca una quarta dimensione emergente.

Giuseppe Cella, Cementeria Heidelberg Materials di Rezzato-Mazzano (BS)
Scope 1, 2 e 3: gli ambiti di emissione secondo il GHG Protocol
Un errore comune per molte aziende è quello di valutare le proprie performance ambientali guardando esclusivamente ai confini fisici dei propri stabilimenti e uffici, concentrandosi solo sui consumi immediati dei macchinari o delle attività di cantiere. Si tratta però di una visione parziale: i dati dimostrano che le emissioni dirette rappresentano in media meno del 20% dell’impatto complessivo di una realtà produttiva o di un progetto edile. L’80% della partita climatica si gioca invece lungo la filiera, all’esterno del perimetro operativo aziendale.
Per consentire una mappatura scientifica e standardizzata di questo ecosistema, il GHG Protocol, lo standard internazionale di riferimento per la rendicontazione dei gas serra, suddivide le emissioni in tre categorie distinte, che vengono definite “Scope”.
Nella categoria delle emissioni di Scope 1 rientrano tutte le emissioni generate da fonti che l’organizzazione possiede o controlla direttamente, come la flotta aziendale.
Lo Scope 2 mappa invece le emissioni derivanti dalla generazione di energia elettrica, calore, vapore o refrigerazione che l’azienda acquista e consuma per le proprie attività. Vengono definite “indirette” perché l’impatto fisico, ovvero la combustione e il rilascio di CO2, non avviene nei siti aziendali ma a monte, presso le centrali del fornitore energetico. Scegliere forniture elettriche certificate da fonti rinnovabili (ad esempio tramite l’acquisto di GO) è la leva principale per azzerare questa componente.
Lo Scope 3 rappresenta infine quella che spesso è la fetta più grande e complessa della carbon footprint. Esso include tutte le emissioni che avvengono lungo l’intera filiera, sia a monte (upstream), come l’estrazione e la lavorazione di materie prime, sia a valle (downstream), come la logistica di distribuzione, la costruzione e fruizione degli edifici.

Cosa sono le emissioni Scope 4?
Se gli Scope 1, 2 e 3 hanno il compito di fotografare l’impronta carbonica complessiva di un’organizzazione, di recente si sta facendo strada una nuova metrica complementare: le emissioni di Scope 4. Introdotto inizialmente nel 2013 dal World Resources Institute, questo concetto sposta il focus dall’impatto generato al beneficio ambientale positivo che i prodotti o i servizi di un’azienda sono in grado di apportare sul mercato.
Lo Scope 4 fa quindi riferimento alle emissioni evitate grazie all’efficienza, all’ecodesign o al livello di innovazione di una determinata soluzione rispetto a un’alternativa standard di mercato.
È importante sottolineare che, ad oggi, questa metrica non è ancora ufficialmente integrata come obbligatoria all’interno del framework del GHG Protocol e sconta tuttora una mancanza di standardizzazione formale e univoca. Ciononostante, lo Scope 4 si sta dimostrando uno strumento di carbon management interessante. Da un lato permette alle aziende più innovative di quantificare e comunicare in modo scientifico l’impatto ambientale delle proprie soluzioni alla committenza; dall’altro, stimola una progettazione realmente lungimirante, trasformando la sostenibilità da semplice vincolo normativo a valore concreto da trasferire all’intera filiera.

Roberto Conte, pavimentazione drenante realizzata con i.idro DRAIN, Kilometro Rosso, Bergamo
Come declinare le emissioni di Scope 1, 2, 3 e 4 nel settore costruzioni
Applicare i criteri del GHG Protocol al mondo dell’edilizia significa mappare i flussi di gas serra generati lungo l’intero ciclo di vita dell’opera: dall’estrazione delle materie prime fino alla demolizione finale. Questo approccio supera l’analisi limitata alle sole emissioni di cantiere, offrendo una visione d’insieme indispensabile per pianificare una reale strategia di decarbonizzazione.
Lo Scope 1 comprende tutte le emissioni generate direttamente da asset sotto il controllo immediato dell’impresa.
- Attività di cantiere e sedi: la combustione di gasolio, metano o GPL per il riscaldamento, il raffrescamento o il funzionamento di caldaie e generatori di corrente provvisori installati in loco.
- Flotta e macchinari d’opera: i gas di scarico dei mezzi di proprietà (camion, betoniere, auto aziendali) e l’utilizzo di macchinari da cantiere alimentati a combustibili fossili (es. escavatori o gru non elettrificate).
Lo Scope 2 rappresenta invece l’impatto legato all’energia acquistata da reti esterne e consumata per le attività aziendali.
- Alimentazione dei cantieri: l’energia elettrica prelevata dalla rete per illuminazione provvisoria, gru elettriche, pompe e per la gestione dei monoblocchi prefabbricati (uffici di cantiere, spogliatoi).
- Sedi centrali: i consumi elettrici per l’illuminazione, i server e la climatizzazione degli uffici in cui si svolge la progettazione e la gestione amministrativa.
Lo Scope 3 rappresenta infine la voce dominante, arrivando a pesare tra l’80% e il 90% delle emissioni totali dell’opera.
- Emissioni a monte: l’estrazione, la lavorazione e il trasporto dei materiali edili acquistati. Cemento, acciaio, isolanti e laterizi richiedono processi produttivi a forte intensità energetica prima ancora di arrivare in cantiere.
- Logistica e pendolarismo: la movimentazione di merci e terra effettuata da vettori terzi, oltre agli spostamenti casa-lavoro delle maestranze e dei tecnici.
- Fase d’uso: i consumi energetici (riscaldamento, raffrescamento, ventilazione) che l’edificio richiederà nei decenni in cui sarà abitato o utilizzato.
- Fine vita: l’impatto delle future operazioni di dismissione, demolizione selettiva, trasporto a discarica e trattamento di riciclo dei rifiuti edili.
Arrivando allo Scope 4, nel settore delle costruzioni questo viene declinato nell’ecodesign e nello sviluppo di tecnologie capaci di abbattere la CO2 rispetto agli standard tradizionali.
Se per esempio un produttore sviluppa un calcestruzzo alleggerito ad altissimo isolamento termico, la sua produzione genererà emissioni (Scope 1, 2, 3), ma consentirà all’edificio di consumare molta meno energia per il riscaldamento nei successivi 50 anni.
Anche se non ancora riconosciuto ufficialmente tramite protocolli standardizzati, è possibile quantificare scientificamente le emissioni climalteranti “risparmiate” (Scope 4), attraverso lo strumento dell’analisi del ciclo di vita (LCA) che permette di confrontare queste soluzioni innovative con le alternative standard presenti sul mercato.

Roberto Conte, Ponte Genova San Giorgio
Conclusione: la trasparenza come driver di mercato
Comprendiamo quindi come il calcolo puntuale delle emissioni di Scope 1, 2, 3 e l’integrazione strategica dello Scope 4 si sta trasformando in una potente leva di posizionamento sul mercato.
Sotto la spinta di una normativa europea sempre più stringente e con l’introduzione dei nuovi Criteri Ambientali Minimi (CAM) per l’edilizia, i dati ambientali oggettivi, scientifici e tracciabili sono ormai il principale prerequisito per accedere ai grandi appalti e soddisfare le richieste di progettisti e committenti lungimiranti.
Le imprese della filiera edile che scelgono di conoscere, mappare e comunicare in modo trasparente la propria impronta climatica ottengono un duplice vantaggio: da un lato anticipano gli obblighi normativi di domani, dall’altro acquisiscono un vantaggio competitivo nei confronti della concorrenza.
© RIPRODUZIONE RISERVATA

