Fabrizio Baleani si laurea in Filosofia all’Università di Macerata e si diploma al Master per l’Informazione Culturale promosso dall’Università di Urbino e dal Centro europeo per l’Editoria. Giornalista, ha scritto per service editoriali, radio, testate. Da gennaio 2021 si occupa come senior Advisor del settore delle relazioni con i media per la società di comunicazione LOV di Martina Tombolini. È stato redattore del Green TG, la prima web tv ecologica italiana. Ha collaborato all’ufficio stampa di imprese, enti, istituzioni che hanno promosso un forte impegno ambientale. È stato ufficio stampa ed editor per il marchio editoriale Fall in Lov. Ha diretto per la società Studio Graffa l’Accademia dell’editoria, una scuola di produzione e promozione libraria. È stato responsabile delle relazioni con i media e spin doctor politico seguendo numerosi candidati di diversi schieramenti a elezioni comunali (Genova, Trento), regionali (Marche Umbria, Liguria, Calabria, Veneto (2024-2025) politiche (2018, 2022) ed europee (2024).
Gestione delle acque meteoriche e rischio idrogeologico: Toni Principi
La gestione delle acque meteoriche è strategica per la prevenzione del rischio idrogeologico e l’adattamento ai cambiamenti climatici. Toni Principi, Direttore Generale di Hauraton Italia ed esperto di sistemi di raccolta, trattamento e drenaggio delle acque di superficie, affronta il tema a partire dal suo libro “Vigili della Pioggia. Norme e soluzioni per la gestione delle acque meteoriche”. Dalla necessità di diffondere una maggiore cultura della prevenzione alla progettazione dei sistemi di drenaggio, fino all’evoluzione dei materiali e al ruolo delle infrastrutture, l’intervista approfondisce soluzioni e approcci per una gestione dell’acqua più efficace e consapevole.
«Spesso si schiodano da cieli di sapienza astratta tempeste destinate a far rumore per poco e a spegnersi in fretta. Al contrario, è la solidità di conoscenze sperimentate nei decenni a dimostrarsi utile nelle condizioni di emergenza o provvidenziale ad evitarle». La metafora usata qualifica la concretezza del suo ideatore. Esperto nel comparto della sicurezza stradale e delle normative sui sistemi di raccolta, trattamento e drenaggio delle acque di superficie, Toni Principi è direttore generale di Hauraton Italia dal 1999. In questo ruolo ha contribuito a costruire una delle realtà europee più affermate nel campo delle soluzioni per la gestione, a più livelli, delle risorse idriche derivanti dalle precipitazioni. Manager con un’esperienza trentennale con una visione orientata alla strategia aziendale e del business development, da alcuni mesi, ha dato alle stampe il testo Vigili della Pioggia. Norme e soluzioni per la gestione delle acque meteoriche.
L’opera muove dalla constatazione della fragilità idrogeologica della Penisola, messa a nudo dal cambiamento climatico. «Per la salvaguardia dei territori da eventi atmosferici anomali e sempre più frequenti, occorre formulare – spiega Principi enucleando la tesi centrale del libro – un nuovo modello sostenibile di gestione delle acque meteoriche e diffondere un’innovativa cultura del drenaggio moderno: efficace, green ed eco-sostenibile». L’autore fornisce informazioni pratiche, puntuali e aggiornate a tutti i progettisti, i tecnici, gli operatori pubblici e privati impegnati a difendere la comunità impedendo che le risorse idriche si trasformino in una minaccia.

Per quale motivo ha deciso di scrivere un vademecum, una guida per il drenaggio consapevole?
«Dopo oltre trent’anni di esperienza nel settore, mi sono reso conto che ancora oggi non esiste una reale consapevolezza del rischio idrogeologico. Intercettare e gestire correttamente le acque di prima pioggia sono due azioni che servono a ridurre tale rischio. Se ne parla molto, ma quanti si impegnano davvero ad affrontare concretamente il problema? Ogni giorno, incontriamo progettisti che non pianificano adeguatamente la raccolta delle acque meteoriche e imprese che non rispettano pienamente le normative vigenti. Molti si definiscono esperti, ma spesso manca una visione e si sconta l’assenza di un approccio realmente efficace al tema. Questo vademecum nasce proprio con l’obiettivo di diffondere conoscenze pratiche e favorire una maggiore responsabilità, promuovendo una vera cultura della sicurezza».
Uno degli aggettivi che utilizza più spesso nel suo testo è “ecosostenibile”. Oggi qual è, a suo avviso, la strada per dare concretezza a questo lemma? Da esperto di materiali costruttivi, cosa pensa della ricerca necessaria a sperimentare e mettere sul mercato calcestruzzi a basse emissioni di carbonio?
«La sostenibilità è spesso utilizzata come slogan a fini puramente promozionali. Al contrario, credo che essa debba trasformarsi in un principio concreto e misurabile, un criterio in grado di orientare le scelte progettuali, industriali ed amministrative. Da uomo attivo in tutti i settori nei quali è essenziale fornire soluzioni per la gestione delle acque piovane, dico che essere ecosostenibili oggi significa considerare l’intero ciclo di vita di un’opera: dall’approvvigionamento delle materie prime alla produzione, dalla manutenzione fino alla dismissione finale. Nel comparto del drenaggio si è assistito negli ultimi anni a una significativa evoluzione dei materiali, dal calcestruzzo innovativo ai polimeri ad alte prestazioni come il polipropilene (PP). Un esempio significativo è rappresentato dalle aziende che producono sistemi di drenaggio utilizzando calcestruzzi a basse emissioni e processi produttivi altamente tecnologici. Penso, ad esempio a chi oggi realizza canali in calcestruzzo armato con fibre di basalto, un materiale naturale, resistente e più sostenibile rispetto alle fibre sintetiche tradizionali. È importante, inoltre, non confondere sostenibilità e riciclo. Sono concetti collegati ma non coincidenti. Un materiale riciclato non è necessariamente sostenibile se il processo per ottenerlo comporta elevati consumi energetici o impatti ambientali rilevanti che incidono sul territorio».

Heidelberg Materials, dettaglio pavimentazione drenante realizzata con il calcestruzzo i.idro DRAIN
Nel mese di gennaio 2026, in alcune aree del Mezzogiorno, in 72 ore è caduta una quantità di pioggia pari a quella che mediamente, nella medesima stagione, si distribuisce nell’arco di tre mesi. La recente frana di Niscemi, in Sicilia, e quelle in Abruzzo, a Silvi, e in Molise, a Petacciato, ricordano non solo l’estrema fragilità del territorio italiano ma anche l’efficacia ancora contenuta delle politiche di contrasto al dissesto idrogeologico, nonostante i molti sforzi messi in campo (1,8 miliardi di investimenti ogni anno). Cos’è che non funziona?
«C’è una grande difficoltà a programmare e spesso non si conoscono, a diversi livelli, le regole basilari della prevenzione. Prima di realizzare una nuova urbanizzazione, bisognerebbe progettare il sistema idraulico esterno e definire come verranno gestite le acque piovane. Troppo spesso, invece, si interviene solo quando i problemi si manifestano. Eppure, non mancherebbero gli strumenti preventivi. Continuiamo ad agire dopo le emergenze e non prima. Questo approccio non è più sostenibile né dal punto di vista economico né da quello ambientale».
Tornando al suo testo. Perché considera il drenaggio un fattore strategico contro le, sempre più preoccupanti, anomalie del clima?
«Perché il drenaggio rappresenta, oggi, una delle principali infrastrutture di adattamento ai cambiamenti climatici. Assistiamo sempre più frequentemente a precipitazioni intense e concentrate in tempi molto brevi. Se il territorio non è in grado di assorbire, trattenere o convogliare correttamente l’acqua, il rischio di allagamenti e dissesto aumenta inevitabilmente. Per decenni abbiamo urbanizzato e impermeabilizzato vaste superfici senza considerare adeguatamente le conseguenze sulla gestione delle acque meteoriche. Un moderno sistema di drenaggio non deve limitarsi a smaltire l’acqua piovana: esso deve essere progettato per rallentarne il deflusso, favorirne la depurazione, consentirne il riutilizzo o la graduale restituzione all’ambiente. Si tratta di azioni indispensabili per affrontare le sfide climatiche attuali e future».

C’è una vulgata nel Paese che mette nel mirino il numero delle grandi opere previsto invocandone il taglio per ragioni di sostenibilità economica e ambientale. La convince?
«Credo che il dibattito debba concentrarsi sulla realizzazione di opere realmente utili, efficienti e sostenibili. Le infrastrutture rappresentano un elemento essenziale per la sicurezza, lo sviluppo economico e la qualità della vita della collettività. Tuttavia, è indispensabile progettarle secondo criteri rigorosi, moderni. Troppo spesso ci troviamo di fronte a opere inefficienti, obsolete o incapaci di rispondere alle sfide in atto. Questa situazione genera costi elevati per la collettività e riduce la resilienza dei territori. Il vero obiettivo deve essere far sì che ogni investimento pubblico e privato contribuisca concretamente a rendere le nostre regioni e le nostre città più sicure».
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