Fabrizio Baleani si laurea in Filosofia all'Università di Macerata e si diploma al Master per l’Informazione Culturale promosso dall'Università di Urbino e dal Centro europeo per l'Editoria. Giornalista, ha scritto per service editoriali, radio, testate. Si occupa di contenuti editoriali e relazioni con i media per la società di comunicazione LOV.
Umberto Croppi: «Roma deve agli innovatori la sua eternità»
Chi è stato Assessore alla Cultura e alla Comunicazione di una città già centro propulsivo di un impero millenario i cui resti ancora scintillano a diverse latitudini non può che porsi il problema della permanenza della creatività e della bellezza nel contesto urbano. Se la stessa persona ha guidato, da manager affermato, alcune delle istituzioni più significative della penisola e dell’Urbe, dalla Fondazione Valore Italia alla Quadriennale, vuol dire che rappresenta certamente la scelta più adatta per discutere d’innovazione urbana. Il nostro interlocutore è Umberto Croppi, esperto di comunicazione e nella gestione di aziende ed enti culturali, oggi a capo dell’Accademia di Belle Arti capitolina.

Molte affascinanti metropoli mondiali presentano laboratori collettivi di city-imaging, intenti a sperimentare il potere creativo dell’immaginazione urbana. Quali strumenti, secondo lei, possono introdurre una nuova idea di città?
«Premetto che il coinvolgimento di soggetti non istituzionali, anche singoli individui, nella elaborazione di idee per individuare forme evolutive del contesto urbano, non è solo utile, ma indispensabile. Le scelte urbanistiche calate dall’alto finiscono sempre per mostrare dei limiti e quanto progettato viene in poco tempo rimodellato dai viventi. Aggiungo però, che, per lo stesso motivo, non esistono modelli astratti di coinvolgimento, adatti per ogni situazione. Bisogna dunque partire dalle risorse umane e culturali esistenti, dalle vocazioni di un determinato ambito, dalle esigenze espresse o latenti, nel tempo presente.
Chi governa il territorio deve essere capace di favorire l’emersione di tali istanze, aiutare gli abitanti a rendersi parte attiva e dare forma alle aspirazioni e alle pulsioni.
Perché questa attività si alimenti sono indispensabili due requisiti non facili da trovare nelle classi dirigenti: saper decodificare le proposte, che spesso sono semplici suggestioni, traducendole in un lessico progettuale e selezionarle in base alla realizzabilità; è poi indispensabile che le idee trovino una applicazione reale e non restino bei cataloghi di figurine, circostanza che creerebbe solo frustrazioni paralizzanti».

Parlando di Roma come l’ambiente creativo di una capitale dal grande passato, può essere in grado di interagire con le vestigia antiche creando una sorta di identità in divenire?
«Roma è l’esempio più evidente al mondo di riuso e adattamento di una eredità impegnativa alle esigenze di chi la abita. Questo è avvenuto anche attraverso distruzioni e depauperamenti, che vanno tuttavia considerati inevitabili. Ma quello che più emerge è la capacità spontanea di una convivenza capace di aggiungere e di tenere vivo ogni substrato storico, rendendo sempre attivo il saldo tra ciò che si perde e ciò che si guadagna. Roma continua a produrre in maniera massiccia quella che Richard Florida ha individuato come una “classe creativa”: una comunità, cioè, di artisti, professionisti, operatori dei più diversi settori della cultura. L’identità di una città è determinata da queste forze, è a loro che bisogna riconoscere la dignità e il ruolo che gli spetta. I grandi mecenati che hanno fatto di Roma la Città Eterna sono quelli che hanno saputo affidarsi agli innovatori, senza la pretesa di dirigerne le intuizioni».

Roberto Conte, Museo MAXXI, Roma
Fece molto discutere, in occasione del crollo che ha coinvolto la Torre dei Conti, la sua posizione a favore di una demolizione programmata della struttura per una concreta messa in sicurezza. Crede che Roma patisca una difficoltà, vista la sua Storia, nella modernità della costruzione?
«La mia era, nella fase di emergenza, una preoccupazione meramente tecnica: il rischio che si è corso (e che pare fortunatamente scampato) era secondo me troppo alto rispetto alla voglia di salvare il manufatto. Ma non provocò in me nessuno scandalo la proposta di chi ha sostenuto la possibilità di demolire per realizzare altro. L’edificio in questione è una testimonianza storica importante, ma non di capitale valore e, come detto, la città che conosciamo – e che ci piace – è tale anche per episodi di questo genere.
Esiste tuttavia una possibilità di compromesso, che so bene essere non praticabile per una sorta di conformismo imperante, quella di inserire nel dente cariato della torre un elemento nuovo che dia il segno dell’attualità. Molte città ospitano esempi eccellenti di tale pratica».
A proposito del futuro della costruzione nella capitale. Pensa che questo ammodernamento sia possibile sul fronte della sostenibilità ambientale?
«Lo è senz’altro, anzi è il modo più saggio di proteggere l’ambiente dal consumo indiscriminato del suolo e la dispersione delle infrastrutture. Roma ha un urgente bisogno di riuso di un patrimonio edilizio degradato e abbandonato, l’ammodernamento del suo tessuto urbano deve saper coesistere con la conservazione della memoria e di un impianto estetico che è frutto della sua umanità, senza nessuna fissità. A molti sfugge, tanto per fare un esempio, che lo spettacolo che ammiriamo nei due lati di via dei Fori Imperiali, non è la fotografia di un momento, ma il teatro di undici secoli di storia. Per preservare bisogna guardare al futuro, ri-abitare, rifunzionalizzare e adeguare in maniera radicale i servizi, utilizzando tutte le possibilità che le nuove tecnologie offrono».
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