Architetto e Ingegnere, Docente presso la facoltà di Ingegneria dell’Università degli Studi di Brescia. Laureato in Ingegneria all’Università degli Studi di Brescia e in Architettura al Politecnico di Milano. Con il proprio studio di architettura svolge attività di progettazione e di ricerca occupandosi prevalentemente di tematiche legate all’involucro dell’edificio, all’efficienza energetica e all’innovazione tecnologica nell’architettura, sia per nuovi edifici che nell’ambito della riqualificazione architettonica. È stato membro del comitato scientifico e autore di articoli per diverse riviste di architettura.
UHPC e forme impossibili: l’era del calcestruzzo ultra-prestazionale
UHPC (Ultra-High Performance Concrete): sostantivo maschile/tecnico. Calcestruzzo cementizio composito ad altissime prestazioni, caratterizzato da una resistenza alla compressione superiore ai 150MPa, un’elevata duttilità garantita da rinforzi fibrosi diffusi e una matrice micro-granulometrica a porosità quasi nulla. Grazie alla sua densità estrema, offre una durabilità superiore ai comuni standard edilizi e permette la realizzazione di sezioni strutturali estremamente snelle.
Per secoli, il calcestruzzo è stato la “pietra liquida” dell’architettura: un materiale celebrato per la sua massa, la sua inerzia e la sua capacità di generare volumi solidi e imponenti. Da Roma a Le Corbusier, la forza del cemento era legata alla massa e allo spessore. Tuttavia, nel panorama costruttivo di questi ultimi anni, assistiamo a una rivoluzione silenziosa ma radicale. Lo sviluppo dell’Ultra-High Performance Concrete (UHPC) sta riscrivendo le regole del gioco, permettendo di progettare strutture che sembrano sfidare le leggi della fisica.
In Heidelberg Materials, la ricerca sull’UHPC nasce da un paradosso: come è possibile costruire di più, in modo più audace, utilizzando molta meno materia? Oppure, in altre parole: è possibile a parità di materia costruire più volume o più superficie? La risposta non risiede nell’aggiunta di volumi, ma nella sottrazione intelligente, guidata dalla scienza molecolare.

EdNurg - stock.adobe.com, Louvre Abu Dhabi
La scienza dell’invisibile: Packing Density e Matrice Amorfa
Il segreto delle prestazioni dell’UHPC non è empirico, ma matematico. Mentre un calcestruzzo tradizionale presenta una porosità interna significativa, l’UHPC è progettato secondo la Teoria dell’Impacchettamento Ottimale (Particle Packing Theory).
L’ingegneria delle polveri
Ogni granello di aggregato, dal diametro di pochi millimetri fino ai filler nanometrici, è selezionato per incastrarsi perfettamente con gli altri. I vuoti che solitamente ospitano acqua o aria vengono riempiti da fumi di silice e polveri di quarzo finissime. Questo procedimento consente di massimizzare la densità del calcestruzzo riempiendo i vuoti tra le particelle più grandi (ghiaia) con particelle più piccole (sabbia) e gli interstizi di queste con particelle ancora più fini (cemento, filler, cenere volante) migliorando la compattazione microscopica ed arrivando a un “impacchettamento” quasi perfetto. Inoltre, questa tecnologia consente di migliorare notevolmente le proprietà del calcestruzzo, in particolare:
- Resistenza alla Compressione: dove un calcestruzzo standard raggiunge i 30-40 MPa, l’UHPC supera agevolmente i 150 MPa, arrivando in contesti sperimentali a σ > 250 Mpa
- Modulo Elastico: la rigidità del materiale diventa paragonabile a quella delle rocce più dure o dei metalli, consentendo deformazioni minime sotto carichi molto elevati.
La trama fibrosa: una duttilità inedita
Il calcestruzzo è intrinsecamente fragile. L’UHPC risolve questo limite attraverso l’integrazione di micro-fibre ad altissima resistenza (solitamente in acciaio o polimeri tecnici) in percentuali volumetriche tra il 2% e il 4%. Queste fibre agiscono come un sistema nervoso strutturale, “cucendo” le micro-fessure prima che possano propagarsi. Il risultato è un materiale duttile, capace di resistere a trazione e flessione, eliminando in molti casi la necessità delle armature metalliche tradizionali.
La sfida reologica: il calcestruzzo come seta minerale
Uno degli aspetti più complessi gestiti è la reologia dell’UHPC. Come si fa a colare un materiale così denso e ricco di fibre in casseforme sottili pochi millimetri?
L’UHPC si comporta come un fluido non-newtoniano di estrema precisione. La sfida è stata bilanciare il rapporto acqua-legante (w/b), che in questi materiali è straordinariamente basso, spesso inferiore a 0.18.
Grazie all’uso di superfluidificanti policarbossilati di quarta generazione, l’UHPC raggiunge una consistenza autolivellante. Questo permette di realizzare “forme impossibili”: trame alveolari, pizzi minerali e spessori minimi che sarebbero stati un incubo logistico solo dieci anni fa.

Roberto Conte, Viadotto Favazzina, Reggio Calabria
Sostenibilità e riduzione materica: il “paradosso virtuoso”
Come può un materiale con un dosaggio di cemento così elevato essere considerato “sostenibile”? La risposta risiede nella dematerializzazione.
L’unità funzionale vs. il volume
Se confrontiamo un metro cubo di UHPC con uno di calcestruzzo standard, l’impronta di carbonio del primo è indubbiamente superiore. Ma la sostenibilità non si misura al metro cubo, si misura per unità funzionale. Per sostenere lo stesso carico di una colonna tradizionale in calcestruzzo, serve una colonna in UHPC con una sezione ridotta del 50-70%.
- Meno volume, meno emissioni: utilizzando il 50% di materiale in meno, l’impronta di carbonio totale dell’elemento strutturale crolla drasticamente.
- Logistica leggera: meno materiale significa meno camion in cantiere, meno energia per il sollevamento e fondazioni più piccole (poiché il peso proprio della struttura è ridotto).
Durabilità estrema: il ciclo di vita (LCA)
L’UHPC è virtualmente impermeabile. La sua matrice è così densa che gli agenti aggressivi (cloruri, solfati, anidride carbonica) non possono penetrare. Mentre un ponte tradizionale richiede manutenzioni costose ogni 20-30 anni, una struttura in UHPC è progettata per una vita utile di oltre 100 anni con manutenzione minima. La vera ecologia sta nel non dover ricostruire.

Roberto Conte, Cabinovia Pinzolo-Pra Rodont, Trento
Architettura delle membrane: rivestimenti e forme organiche
L’UHPC sta trasformando l’involucro edilizio da “muro” a “pelle”. Grazie alla sua resistenza, è possibile produrre pannelli di facciata di grandi dimensioni con spessori di soli 15-20 mm.
Il caso MuCEM: il Pizzo di Marsiglia
Il Museo delle Civiltà dell’Europa e del Mediterraneo (MuCEM) di Rudy Ricciotti rimane il manifesto globale di questa tecnologia. Le iconiche reti che avvolgono l’edificio sono state realizzate in UHPC. Senza questo materiale, una struttura così snella sarebbe collassata sotto il proprio peso o si sarebbe sgretolata sotto l’azione della salsedine marina. L’UHPC ha permesso di creare un filtro solare che è, allo stesso tempo, struttura e ornamento.
“Con l’UHPC siamo passati dalla dittatura della massa alla libertà della membrana. Il calcestruzzo ha finalmente smesso di essere un muro per diventare un pizzo, un respiro minerale sospeso tra cielo e mare”.
Rudy Ricciotti
UHPC e Design Parametrico
Con l’ausilio di algoritmi di Generative Design, l’UHPC permette di realizzare facciate con geometrie variabili che ottimizzano l’ombreggiamento e il comfort termico degli edifici, riducendo il fabbisogno energetico per il raffrescamento.

travelview - stock.adobe.com, MuCEM
Infrastrutture resilienti: ponti a campata lunga e passerelle
Nel settore delle infrastrutture, l’UHPC è la soluzione efficiente, efficace e duratura per i ponti a campata lunga e per le passerelle pedonali urbane.
- Snellezza estrema: le travi in UHPC permettono di superare luci importanti con profili estremamente sottili, migliorando l’impatto paesaggistico e riducendo l’interferenza con l’ambiente circostante.
- Rapidità di montaggio: molti ponti in UHPC sono progettati come elementi prefabbricati leggeri, che possono essere montati in poche ore, riducendo i disagi al traffico e i costi di cantiere.
- Resistenza alla corrosione: in ambienti marini o aree soggette a spargimento di sali disgelanti, l’UHPC elimina il problema della corrosione delle armature, la causa numero uno del degrado delle infrastrutture nel secolo scorso.
Verticalità ed efficienza: l’UHPC nei grattacieli
Nelle moderne metropoli, il valore del metro quadro è inestimabile. L’utilizzo di colonne ad altissima resistenza in UHPC alla base dei grattacieli permette di ridurre drasticamente la sezione dei pilastri.
- Guadagno di spazio: pilastri più sottili significano più superficie calpestabile affittabile o vendibile. In un edificio di 60 piani, l’uso dell’UHPC può “regalare” centinaia di metri quadri di spazio interno.
- Resistenza al fuoco: l’UHPC di Heidelberg Materials è formulato con micro-fibre di polipropilene che, in caso di incendio, fondono creando micro-canali per la fuoriuscita del vapore, prevenendo lo spalling (lo scoppio del calcestruzzo) e garantendo la stabilità dell’edificio.

La bellezza della ragione
L’era delle “forme impossibili” è realtà. L’UHPC non è solo un materiale per opere d’arte architettoniche, ma è la risposta pragmatica alle sfide della crescita demografica e della crisi climatica.
Costruire con l’UHPC significa scegliere un approccio evolutivo: meno massa, più resistenza e un ciclo di vita esteso. Per Heidelberg Materials, l’UHPC è la promessa di un futuro dove l’edilizia non è più un peso per il pianeta, ma una struttura leggera, resiliente e ispiratrice, capace di proteggere la vita umana con il minimo dispendio di risorse e la massima libertà espressiva.
In copertina: ©Mike Dot – stock.adobe.com, MuCEM
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