Architetto e Ingegnere, Docente presso la facoltà di Ingegneria dell’Università degli Studi di Brescia. Laureato in Ingegneria all’Università degli Studi di Brescia e in Architettura al Politecnico di Milano. Con il proprio studio di architettura svolge attività di progettazione e di ricerca occupandosi prevalentemente di tematiche legate all’involucro dell’edificio, all’efficienza energetica e all’innovazione tecnologica nell’architettura, sia per nuovi edifici che nell’ambito della riqualificazione architettonica. È stato membro del comitato scientifico e autore di articoli per alcune riviste di architettura tra cui: FRAMES, ARCH+, ARK. Relatore a diversi convegni con interventi su tematiche legate alla tecnologia in architettura, all’involucro degli edifici ed al recupero. Fondatore e coordinatore del gruppo di progettazione Re-load (gruppo di progettazione interdisciplinare integrata focalizzata al recupero e alla riqualificazione).
Casa La Scala, conosciuta anche come Villa Bloc, è una residenza progettata da Vittoriano Viganò tra il 1956 e il 1958 per l’artista André Bloc, a San Felice del Benaco, sul Lago di Garda. Considerata un’importante espressione dell’architettura brutalista, si distingue per l’uso espressivo del cemento armato a vista, le strutture a sbalzo e la monumentale scala esterna che attraversa il pendio verso il lago. Un’opera in cui architettura e paesaggio dialogano attraverso la materia, la geometria e la luce, mostrando come il calcestruzzo possa assumere un ruolo non soltanto strutturale, ma anche estetico e scultoreo.
“Un cemento armato intonacato è una bestialità, per quanto bravo sia il muratore. Mentre nella sua essenza il cemento armato ha l’idea della forza… Vuol dire che bisogna essere genuini, cercare il più possibile di esaltare una data materia.”
Carlo Scarpa
“Ogni volta che scopriamo nuove tecniche spesso ci atteniamo stupidamente alle vecchie forme. Un nuovo materiale, come il cemento, crea da sé le sue forme.”
Pier Luigi Nervi
Esistono luoghi in cui l’architettura non si limita a occupare lo spazio, ma lo interroga, stabilendo con la natura un rapporto di tensione e di magnetismo che sfida il tempo. Sulle sponde occidentali del Lago di Garda, là dove il promontorio di San Felice del Benaco e la Baia del Vento disegnano un anfiteatro d’acqua dolce protetto da uliveti secolari e cipressi, sorge uno dei manifesti più radicali, poetici e silenziosi del Novecento architettonico europeo: Casa La Scala (nota anche come Villa Bloc). Progettata tra il 1956 e il 1958 da Vittoriano Viganò per lo scultore, pittore ed editore francese André Bloc – figura intellettuale di primissimo piano, fondatore della rivista «L’Architecture d’Aujourd’hui» e propulsore instancabile della sintesi tra le arti – questa dimora rappresenta molto più di una semplice residenza di vacanza. È un vero e proprio manifesto di poetica brutalista applicata al paesaggio lacustre, un cortocircuito visivo e materiale in cui la pesantezza minerale del cemento armato si protende nel vuoto, sospesa tra il cielo terso e gli abissi blu del lago.
In un’epoca in cui il turismo di massa e la speculazione cominciavano a colonizzare le coste italiane con una marea di edilizia convenzionale e mimetica, Viganò scelse la via opposta: nessun compromesso decorativo, nessun falso storico, ma l’affermazione fiera, rigorosa e implacabile di una geometria pura che dialoga alla pari con la forza della falesia. Per Heidelberg Materials, rileggere oggi Casa La Scala significa celebrare le origini storiche di quell’Aesthetic Concrete che continua a ridefinire il rapporto tra la materia cementizia e l’ambiente naturale, dimostrando come la forza strutturale possa farsi, al contempo, strumento di estrema sensibilità paesaggistica e di scultura ambientale.
Il committente e il manifesto: André Bloc e l’intellettuale utopista
Per comprendere appieno la genesi formale e spirituale di Casa La Scala, è necessario guardare alla figura straordinaria del suo committente. André Bloc non era un cliente ordinario: ingegnere di formazione, artista per vocazione, editore e agitatore culturale per missione, Bloc credeva fermamente che l’architettura moderna dovesse superare la fredda separazione tra ingegneria e belle arti per farsi essa stessa scultura totale. Negli anni Cinquanta, la sua rivista «L’Architecture d’Aujourd’hui» era il crocevia globale del dibattito teorico, lo spazio in cui Le Corbusier, Niemeyer, Prouvé e gli esponenti del movimento organico e brutalista si confrontavano sul futuro dell’abitare. Quando Bloc decise di costruire il proprio rifugio sulle colline gardesane, cercò un interlocutore che condividesse questa tensione utopistica e rigorosa. Trovò in Vittoriano Viganò – architetto milanese colto, militante, affine alle tensioni del Movimento d’Arte Concreta (MAC) e profondamente influenzato dall’eredità wrightiana e corbusieriana – il partner ideale.
Casa La Scala nacque così come un laboratorio di idee vivente, un luogo d’incontro per artisti, poeti e architetti provenienti da tutta Europa. Non una villa borghese votata alla comodità convenzionale, ma un dispositivo spaziale pensato per stimolare il pensiero, dove ogni linea di cemento, ogni sbalzo e ogni apertura sul paesaggio erano calibrati per costringere l’abitatore a una nuova percezione dello spazio e del tempo. La casa divenne essa stessa un’opera d’arte tridimensionale, una scultura abitabile in cui la materia minerale si fa veicolo di un pensiero critico che rifiuta l’ornamento per celebrare la nuda verità della struttura.

atelier XYZ, Casa La Scala di Vittoriano Viganò, San Felice del Benaco
La tectonica del sito: geografia di uno strapiombo
Il sito scelto per l’intervento è un terreno impervio e scosceso a Portese, frazione di San Felice del Benaco, caratterizzato da un forte dislivello che precipita verso le acque del Garda. Storicamente, un simile contesto avrebbe spinto un progettista tradizionale a sbancare la collina, a realizzare terrazzamenti artificiali o a costruire un volume mimetico rivestito in pietra locale per nascondere l’intervento. Viganò compie una scelta di radicale onestà intellettuale e geologica: la casa non si nasconde, ma si radica nel pendio come un accidente geologico artificiale, una faglia di cemento che si inserisce nella roccia naturale dialogando con essa per contrasto e per mimesi strutturale.
L’edificio sfrutta la pendenza estrema per organizzarsi su piani sfalsati che seguono la linea di massimo pendio, trasformando la gravità da problema tecnico a principale risorsa estetica. Il calcestruzzo armato diventa il medium attraverso cui l’architettura si appropria del suolo: i pilastri e i setti murari non si limitano a reggere i carichi verticali, ma ancorano la struttura alla falesia, creando una tensione dinamica tra la stabilità della montagna e la leggerezza sospesa dei volumi aggettanti. In questo contesto, la scelta del cemento grezzo assume un valore territoriale preciso: il grigio minerale del manufatto riprende le tonalità delle rocce calcaree della costa gardesana, fondendosi cromaticamente con la vegetazione mediterranea degli ulivi e della macchia, in un dialogo ininterrotto tra opera dell’uomo e geologia del luogo.
Le due piastre e la membrana: l’anatomia strutturale dell’abitare
Analizzando la sezione e la pianta di Casa La Scala, emerge con chiarezza la genialità strutturale di Viganò. L’impianto della villa si basa su un principio compositivo rigoroso: due grandi piastre trapezoidali in cemento armato, che fungono rispettivamente da pavimento e da copertura, imbrigliano e definiscono lo spazio vitale, sospendendolo nel vuoto della collina. Queste piastre orizzontali non sono confinate da pesanti murature perimetrali portanti; al contrario, liberano la pianta da ogni vincolo tradizionale, anticipando la modernità del concetto di spazio fluido. I confini della casa sono affidati a grandi vetrate a tutt’altezza e a setti leggeri che definiscono i percorsi interni senza interrompere la continuità visiva con il paesaggio esterno. Il soggiorno, cuore pulsante della residenza, si protende verso il lago come la tolda di una nave di pietra, offrendo un panorama a 180 gradi che abbraccia l’Isola del Garda e le sponde bresciane.
Questa audacia distributiva e formale fu resa possibile dall’uso sapiente del calcestruzzo armato dell’epoca, trattato da Viganò non come una massa inerte, ma come un flusso plastico capace di indurirsi nello spazio. La copertura aggettante protegge gli spazi interni dall’irraggiamento solare estivo pur consentendo alla luce zenitale e pomeridiana di penetrare in profondità, creando giochi d’ombra dinamici che mutano continuamente durante l’arco della giornata. La casa diventa così un gigantesco sismografo della luce e del vento, una macchina ottica puntata sul lago.
La linea di faglia: la scala come scultura orizzontale e rito di passaggio
Non si potrebbe comprendere appieno Casa La Scala senza concentrarsi sull’elemento che le dà il nome e che ne definisce l’identità cinematografica: la straordinaria scala esterna. Si tratta di un vero e proprio manifesto architettonico nel manifesto: una passerella monumentale e tagliente costituita da una grande trave in cemento armato a sbalzo e da gradini sospesi in lamiera d’acciaio che taglia verticalmente il pendio roccioso per tuffarsi quasi direttamente nelle acque del lago.
Questa scala non assolve a una mera funzione distributiva di collegamento tra i diversi livelli della proprietà; essa costituisce un vero e proprio rito di passaggio spaziale, un percorso processionale che costringe il visitatore a fare esperienza fisica della pendenza, dell’altezza e della vastità del paesaggio lacustre. Percorrerla significa sperimentare una sospensione vertiginosa, una suspense architettonica in cui il corpo umano è esposto alla grandiosità della natura attraverso la mediazione rigorosa della geometria artificiale. La trave di cemento che la sostiene, lasciata rigorosamente a vista con le tracce delle casseforme ancora impresse nella materia, si comporta come una scultura orizzontale conficcata nella collina, un segno grafico tridimensionale che ribadisce la supremazia del progetto umano sulla conformazione naturale, senza tuttavia violentarla, ma esaltandone drammaticamente i profili.

Il cantiere e la materia: l’eredità tecnica del calcestruzzo a vista
Negli anni Cinquanta, realizzare un’opera di tale complessità geologica e formale in Italia significò spingere le maestranze e le tecniche di cantiere ai limiti delle possibilità tecnologiche dell’epoca. Viganò impose un’estetica del cantiere che anticipava di un decennio i canoni del Brutalismo europeo più maturo: le casseforme in legno grezzo, realizzate con tavole di larice o abete disposte irregolarmente, furono lasciate imprimere direttamente sulla pelle del cemento fresco. Ogni nodo del legno, ogni venatura, ogni minima imperfezione della colata fu così congelata nella pietra artificiale, trasformandosi in una texture ricca, vibrante e profondamente umana. Questa scelta di non lisciare, non intonacare e non nascondere i segni della lavorazione rappresenta la quintessenza dell’onestà materica: il cemento racconta la storia del suo farsi, il sudore delle braccia operaie, la pressione del getto contro le tavole di legno, la chimica della presa.
Rileggere oggi questa materialità attraverso la sensibilità e le tecnologie avanzate di Heidelberg Materials permette di cogliere un ponte ideale tra il pioniere Viganò e la scienza contemporanea dei materiali. Se allora la durabilità e la resa estetica dipendevano dall’abilità artigianale dell’impasto in cantiere, oggi la ricerca su miscele ad altissime prestazioni, filler micronizzati e reologie controllate consente non solo di preservare e restaurare capolavori storici come Casa La Scala proteggendoli dall’aggressione degli agenti atmosferici e umidi del lago, ma di concepire nuove architetture in calcestruzzo a vista che mantengono intatta quella stessa forza espressiva unita a performance meccaniche e ambientali inattaccabili dal tempo.
Il contemporaneo e la luce: il dialogo con il design d’autore e la conservazione
Oggi, Casa La Scala non è ridotta a reperto archeologico dell’architettura moderna, ma continua a vivere come una dimora abitata e straordinariamente contemporanea, capace di dialogare alla pari con il design d’autore e con le più sofisticate soluzioni illuminotecniche del XXI secolo. All’interno di questo involucro brutalista, dove il grigio minerale del calcestruzzo armato fa da sfondo eterno, gli interventi di valorizzazione e interior design curati nel corso degli anni (spesso arricchiti da pezzi iconici e rappresentativi del design italiano e internazionale) dimostrano la straordinaria flessibilità estetica della materia cementizia. La superficie opaca e porosa del cemento a vista assorbe e riflette la luce artificiale con una morbidezza unica, esaltando la purezza delle linee e offrendo un contrasto cromatico e tattile formidabile con i tessuti naturali, i legni caldi e il metallo satinato.
La conservazione di un’opera come Casa La Scala pone tuttavia sfide conservative di primo piano: l’esposizione costante all’umidità lacustre, ai cicli di gelo e disgelo invernali e ai raggi UV richiede interventi di manutenzione conservativa e trattamenti protettivi invisibili che rispettino rigorosamente la patina storica della materia originale senza alterarne la percezione visiva o la porosità superficiale. È qui che la consulenza tecnica sui materiali cementizi di alta qualità diventa determinante per garantire che il calcestruzzo firmato da Viganò continui a sfidare i decenni senza perdere un solo grammo della sua originaria potenza espressiva.

atelier XYZ, Casa La Scala di Vittoriano Viganò, San Felice del Benaco
Etica della permanenza: il cemento come paesaggio e memoria
In conclusione, l’analisi approfondita di Casa La Scala ci restituisce il senso profondo e duraturo di un’architettura che ha saputo anticipare le grandi questioni del nostro presente. In un’epoca dominata dall’effimero, dalla precarietà costruttiva e dal consumo rapido dello spazio, la villa di Vittoriano Viganò e André Bloc sul Lago di Garda ci ricorda che il cemento armato, quando è guidato da una visione culturale elevata e da una padronanza assoluta della materia, non è mai un elemento estraneo o deturpante, ma può farsi esso stesso paesaggio, geologia e monumento alla memoria collettiva. Il grigio della falesia e il grigio della piastra in calcestruzzo si fondono in un’unica identità visiva che non teme il giudizio del tempo.
Per Heidelberg Materials, celebrare capolavori come Casa La Scala significa riaffermare la convinzione che la scienza dei materiali e la ricerca estetica debbano procedere di pari passo, fornendo ai progettisti del futuro gli strumenti per realizzare opere destinate a durare generazioni, radicandosi nel territorio con la stessa forza, la stessa fierezza e la stessa sconfinata poesia con cui, sulle rive del Garda, una faglia di cemento continua a specchiarsi nell’acqua.
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