Professionista della comunicazione tecnica, specializzato nei settori delle infrastrutture, delle costruzioni e della mobilità, opera dal 2012 a stretto contatto con aziende, progettisti, ingegneri, istituzioni e operatori della filiera. È Project Manager di Mobilita.org, portale di riferimento a livello nazionale per l’informazione e l’approfondimento sui grandi progetti infrastrutturali italiani, rivolto a un pubblico tecnico composto da professionisti, imprese e studi di progettazione. Nel corso della sua attività ha sviluppato una solida rete di relazioni con i principali stakeholder del settore, maturata attraverso visite in cantiere, incontri con studi di ingegneria e progettazione, attività di media partnership e partecipazione a eventi specialistici. Si occupa di pianificazione e gestione editoriale, realizzazione di approfondimenti tecnici, format divulgativi, rappresentazione dei dati e produzione di contenuti multimediali. La sua attività è orientata a rendere accessibili temi complessi, raccontando non solo le opere e le tecnologie, ma anche le persone, le competenze e le visioni che le rendono possibili. Convinto che ogni progetto racchiuda sempre una storia da raccontare, pone particolare attenzione alla valorizzazione delle emozioni dei protagonisti sul campo.
Biennale dello Stretto 2026: il progetto alla prova delle mutazioni
Fino al 13 dicembre, tra Calabria e Sicilia, la terza edizione della Biennale dello Stretto mette al centro il tema delle “Mutazioni” e il rapporto tra tempo, cambiamento e progettazione dei territori. Architetti, geologi, demografi, economisti e aziende si confrontano su città, infrastrutture, acqua e materiali, per riflettere su come affrontare le trasformazioni climatiche, ambientali e sociali. Tra i partner della manifestazione anche Heidelberg Materials, che ha contribuito al dibattito sul ruolo dei materiali da costruzione, dalla decarbonizzazione dei processi produttivi alla gestione dell’acqua fino alla resilienza urbana.
Nel panorama internazionale delle rassegne di architettura, la Biennale dello Stretto è l’unica a non portare il nome di una città. Si identifica con un territorio, quello che separa e insieme unisce Calabria e Sicilia, e la scelta non è di natura geografica. Come spiega Alfonso Femia, architetto e ideatore della manifestazione, risponde a una precisa volontà di metodo.
«La Biennale dello Stretto non porta il nome di una città, ma quello di un territorio. È una scelta precisa: vogliamo un cambio di scala, una presa di coscienza e di responsabilità su che cosa significhi oggi progettare e riflettere sui territori».
La terza edizione si è aperta il 18 settembre e proseguirà fino al 13 dicembre 2026. Ottantasei giorni, con la mostra di architettura, arte e fotografia allestita al Forte Batteria Siacci di Campo Calabro e un calendario di incontri, workshop ed esplorazioni urbane distribuito su più città. La direzione è affidata all’architetto Femia, presidente della Fondazione “Le Città del Futuro” che promuove l’iniziativa, insieme alla paesaggista Annalisa Metta, professoressa all’Università Roma Tre, e all’architetta e antropologa Salima Naji, che opera ad Agadir. Anche questa volta, Heidelberg Materials è partner dell’iniziativa come già per l’edizione 2024.
Un percorso di ricerca che cambia tema a ogni edizione
La Biennale nasce da un lavoro più ampio, il progetto di ricerca Mediterranei Invisibili, e ogni edizione ne rappresenta una tappa. La prima, nel 2022, aveva posto al centro il tema dell’acqua, letto lungo tre linee: la sorgente, lo sviluppo orizzontale del reticolo idrografico, la linea di costa. Un’emergenza, certo, ma soprattutto una materia di progetto. La seconda, nel 2024, aveva spostato lo sguardo sulla città del futuro, individuando alcuni punti fondativi per ripensarla: la risorsa idrica, lo spazio pubblico, l’abitare, la riorganizzazione dei baricentri urbani e territoriali.
La terza edizione aggiunge una variabile che le precedenti avevano lasciato sullo sfondo: il tempo. E lo fa attraverso una parola che arriva dalla biologia. In genetica la mutazione è un’alterazione permanente nella sequenza del DNA. Portato fuori dai laboratori, il concetto descrive le trasformazioni che attraversano la società, l’arte e gli spazi abitati. Applicato alle città, cambia l’oggetto stesso dell’osservazione: non più un corpo statico e fisico, ma un organismo vivente, con un proprio metabolismo che varia. Una premessa che modifica il modo di progettare.
Il Forte e gli altri luoghi
Il Forte Batteria Siacci domina lo Stretto di Messina senza apparire. Fortificazione umbertina sul versante calabrese, restituisce, prima ancora di ogni contenuto, una relazione diretta con la storia, con il costruire e con le infrastrutture che hanno attraversato questo braccio di mare. Nelle giornate inaugurali ha ospitato un numero consistente di interventi e un pubblico costante, in un contesto che tiene insieme memoria e proiezione nel futuro.
Attorno al Forte si è mossa la sessione di apertura, dal 18 al 22 settembre: Villa San Giovanni, con gli incontri mattutini dell’Angolo del libro all’Alta Fiumara. Reggio Calabria, con il Museo Archeologico Nazionale. Scilla, con il Castello Ruffo. Messina, con Palazzo del Monte di Pietà. Una distribuzione che non risponde a esigenze logistiche, ma alla natura stessa della manifestazione.
«Non è un evento, non è una parentesi. È una struttura che mette in gioco il tempo e la continuità: da settembre a dicembre, tra Reggio Calabria, Messina, Campo Calabro, Badolato e Tropea, fino al Marocco, vogliamo che diventi un momento di riflessione collettiva che appartenga al territorio».
Lo stesso principio vale per la scala. Lo Stretto, nella lettura di Femia, non appartiene soltanto alle due città che vi si affacciano.
«Appartiene alla Sicilia e alla Calabria, all’Italia, al Mediterraneo, all’Europa, al pianeta. Per questo accogliamo contributi da Oriente e da Occidente: per costruire una latitudine di pensiero diversa da quella del planisfero, capace di unire i punti».

Perché “Mutazioni”
Il titolo dell’edizione nasce da una constatazione. I cambiamenti climatici, ambientali e territoriali hanno subito un’accelerazione che rende insufficiente la categoria con cui il settore li ha interpretati finora, quella della transizione. Una transizione presuppone un punto di partenza, un punto di arrivo e un percorso lineare che li congiunga. La mutazione no: è una condizione già in atto, dentro la quale progettisti e committenti si trovano a operare senza averla scelta.
Ne discende una responsabilità che Femia colloca prima di qualsiasi scelta tecnica. Comprendere la mutazione significa decidere quali trasformazioni accompagnare con il progetto e a quali opporre resistenza, perché rappresentano un punto di non ritorno. Non tutto ciò che cambia va assecondato, e distinguere richiede un lavoro preliminare di analisi.
«Per accompagnare le mutazioni non basta un’addizione di ingredienti. Servono un pensiero, una presa di coscienza e una presa di responsabilità: sono il presupposto di qualsiasi progetto».

I temi emersi nelle giornate inaugurali
Il confronto di settembre ha attraversato più ambiti, tenuti insieme dal tema dell’edizione.
Sul fronte climatico ed energetico sono state presentate esperienze di sperimentazione sulle fonti rinnovabili, tra cui il solare termico. Il tema dell’acqua è rimasto forte e attuale con la presentazione della ricerca “Water Resilience”, curata da Filippo Pagliani e Michele Versaci, e con la sessione dedicata ai paesaggi e ai territori d’acqua che ha visto il contributo dell’Ordine dei geologi della Calabria. Il 22 settembre un incontro ha affrontato gli effetti del ciclone Harry sul versante siciliano, discutendone la gestione come occasione di riorganizzazione territoriale.
Il capitolo demografico ha portato al centro dati che interrogano direttamente chi progetta. Il demografo Matteo Manfredini, dell’Università di Parma, ha richiamato una natalità tra le più basse al mondo e il conseguente arretramento delle grandi città meridionali, che continuano a perdere popolazione per ragioni insieme demografiche e occupazionali, mentre Milano, Torino e Bologna compensano il trend grazie alla mobilità interna. Accanto a questo, la trasformazione della struttura familiare: in molte città del Nord la metà circa dei nuclei familiari è composta da una sola persona. Sullo sfondo, il patrimonio residenziale non utilizzato, stimato in circa nove milioni di abitazioni. Ne deriva una domanda operativa: quali richieste abitative dovranno affrontare le città nel prossimo futuro, e con quali modelli?
Il tema della rigenerazione urbana è stato discusso in più sessioni, tra Campo Calabro e Messina, con la presenza di ordini professionali, università, amministrazioni e rappresentanze delle imprese. Tra le posizioni emerse, la lettura della rigenerazione come ammissione di responsabilità: riparare un luogo che scelte politiche precedenti hanno prima costruito e poi disperso. È stato citato il caso del progetto “A Vision for Rome”, un progetto di riuso di cinema ed edifici industriali dismessi come leva di sviluppo urbano, in un quadro in cui il soggetto pubblico, privo di risorse, cerca interlocuzione con i privati.
Il diritto alla città è stato declinato attraverso lo spazio pubblico e gli spazi di relazione, con approfondimenti sulla città osservata dai bambini e dalle donne. Un contributo di taglio antropologico ha ricostruito come la trasformazione delle strade racconti la cultura di un territorio.
Sul capitolo infrastrutture il confronto si è concentrato sulle grandi opere e, inevitabilmente in questo contesto, sul ponte sullo stretto, discusso in relazione alla stratificazione della natura e alle iconografie storiche che lo hanno preceduto. Tra le riflessioni emerse, quella secondo cui le grandi infrastrutture non possono essere valutate con il solo criterio della spesa: opere come il traforo del Frejus, misurate con quel metro, non sarebbero state realizzate, e oggi non sarebbero disponibili. In parallelo è stata sollevata la questione opposta, relativa al peso che l’ostruzionismo può avere sulla posizione del Paese nei progetti mediterranei ed europei. La Biennale dello Stretto ha ospitato le diverse posizioni senza ricondurle a una sintesi.
Un ultimo filone ha riguardato la materia, con la sessione “Mutazioni con la materia” nella giornata di apertura e, il 22 settembre, “Tra terra e forma. Mutazioni lente”. In questo ambito è stato presentato un progetto di riutilizzo degli scarti agrumicoli che prevede la formazione di nuove figure professionali: un esempio di economia circolare che parte dalle filiere locali e arriva ai materiali.

Discipline che si fondono, non che si affiancano
Scorrendo l’elenco dei relatori, l’impressione è quella di un programma volutamente eterogeneo. Accanto ad architetti e paesaggisti sono intervenuti un’antropologa, fotografi, un filosofo, uno storico dell’arte, geologi, un demografo, un medico psicologo sociale, una storica del design, un regista, economisti, amministratori e rappresentanti degli ordini professionali, aziende. Non una giustapposizione, secondo Femia, ma il presupposto di un metodo.
«Oggi non basta più l’interdisciplinarità, serve la transdisciplinarità. Significa che discipline e saperi si fondono fin dall’inizio, senza che uno guidi o prevalga sugli altri. È da qui che nasce una nuova progettualità».
La differenza è sostanziale. L’interdisciplinarità affianca competenze distinte, ciascuna con il proprio perimetro; la transdisciplinarità le fonde in partenza, eliminando la disciplina guida. Applicata al progetto, comporta che le scelte tecniche non seguano l’analisi territoriale, ma nascano insieme a essa.
Il coinvolgimento del mondo professionale e imprenditoriale conferma questa impostazione. Alle giornate hanno partecipato i presidenti di ANCE Reggio Calabria, ANCE Calabria e ANCE Messina, gli Ordini degli architetti delle due province e il Consiglio nazionale.

Dalla materia ai processi
Se la città è un organismo che muta, la materia con cui si costruisce non può restare un dato fisso. È il passaggio in cui il discorso della Biennale incontra il lavoro dell‘industria dei materiali, e Femia lo colloca dentro la stessa cornice di responsabilità.
«Non si tratta soltanto di risolvere il problema della CO₂ in termini complessivi: dobbiamo prendere atto che stiamo entrando in un mondo nuovo. Significa ripensare i materiali lungo tutto il loro ciclo di vita e dare risposte concrete a questioni come la gestione dell’acqua e la permeabilità del suolo».
L’indicazione sposta il baricentro. Non la sola riduzione dell’impronta carbonica, misurata come grandezza a sé, ma la durabilità del materiale, il suo comportamento nel tempo e il suo contributo alla tenuta idraulica e termica dei contesti urbani. Tre questioni che il settore ha affrontato a lungo separatamente e che le condizioni climatiche attuali tendono a riportare su un unico piano.

Il panel sulla coerenza ambientale della materia
Su questo terreno si è collocato l’incontro “Reinventare la materia in chiave di coerenza ambientale”, ospitato il 21 settembre a Palazzo del Monte di Pietà, a Messina, con la moderazione del giornalista Giorgio Tartaro. Al tavolo, insieme a un altro gruppo industriale della filiera e a un economista, è intervenuto Dante Parisi, EVO Solutions & Market Development Manager di Heidelberg Materials Italia.
Il punto di partenza del suo contributo è stato la domanda più diretta: perché un produttore di cemento partecipa a una Biennale di architettura e paesaggio. La risposta ha riconosciuto l’impatto del settore in termini di emissioni e ha indicato la ragione dell’interesse nel confronto con progettisti, imprese, operatori immobiliari ed enti pubblici. Un materiale, anche il più avanzato, resta ininfluente se non entra in una cultura del progetto che lo sappia impiegare.
Parisi ha articolato la questione ambientale su tre piani che, a suo giudizio, vanno tenuti insieme: la decarbonizzazione dei processi produttivi, la gestione della risorsa idrica e la tutela del suolo, la resilienza urbana intesa come capacità di progettare in funzione della qualità della vita. Affrontarli separatamente, ha osservato, non produce risultati misurabili sul territorio. Sul primo fronte ha richiamato gli investimenti industriali nella cattura della CO₂ e nella riduzione del tenore di clinker nei leganti; sul secondo, le pavimentazioni drenanti e le politiche di de-paving, che riducono l’impermeabilizzazione delle superfici urbane e attenuano gli effetti degli eventi meteorologici intensi.
Un’ultima considerazione ha riguardato il modo in cui la sostenibilità dovrebbe essere trattata nel mercato: non un attributo commerciale che giustifica un incremento di prezzo, ma un investimento il cui ritorno si misura sul territorio e nel tempo.
Che cosa attende ancora la Biennale
La sessione inaugurale è solo la prima tappa. Il 10 e 11 ottobre Badolato ha ospitato gli appuntamenti dedicati alle mutazioni attraverso l’arte; il 26 e 27 ottobre Reggio Calabria torna sulla rigenerazione urbana in collaborazione con TEHA Group; il 19 e 20 novembre, tra Reggio Calabria e Messina, il programma affronta i Mediterranei e le città porto. La chiusura, dall’11 al 13 dicembre, riunisce quattro temi: materiale e immateriale, città (dis)abilitante, architettura Gen Z, cinema e mutazioni.
Il primo di questi riporterà al centro la questione dei materiali, questa volta nel rapporto tra ciò che si costruisce e ciò che non ha forma fisica. Un segnale di come il tema attraversi l’intera edizione, più che un singolo appuntamento.
© RIPRODUZIONE RISERVATA





