Da oltre 25 anni lavora nel marketing e nella comunicazione. È CEO di LOV, un’azienda di comunicazione che ha un approccio rivoluzionario al business basato sul concetto dell’amore. Come giornalista, ha curato e cura gli Uffici Stampa di alcune importanti realtà nazionali come il Consiglio Nazionale degli Ingegneri, UNI, Ente Italiano di Normazione, Consiglio Nazionale dei Chimici, FNOVI (Federazione Nazionale Ordine Veterinari Italiani), Gruppo Mauro Saviola. È tra le fondatrici del Green TG, prima web TV italiana dedicata ai temi ambientali. Da qualche anno si è specializzata nella comunicazione, promozione e sensibilizzazione delle tematiche di genere, con particolare riferimento alla UNI/PdR 125, per la quale ha gestito un road show itinerante nazionale per UNI “No Gender GAP: la parità di genere nei luoghi di lavoro” che ha coinvolto numerose regioni italiane. È membro della Consulta Donne Pari Opportunità del Comune di Osimo ed è Vice Presidente dell’Associazione INHUB.
Giorgio Metta (IIT): il futuro dell’innovazione è già presente
Le nuove tecnologie abilitanti stanno trasformando l’industria, il settore delle costruzioni e il mondo del lavoro. Dai robot umanoidi alla Physical AI, dall’automazione industriale ai cantieri, le nuove soluzioni robotiche favoriscono la collaborazione tra essere umano e robot, migliorando sicurezza, produttività e qualità dei processi. In questa intervista Giorgio Metta, Direttore Scientifico dell’Istituto Italiano di Tecnologia (IIT), spiega perché oggi la vera sfida non è solo sviluppare nuove tecnologie, ma trasformare l’eccellenza della ricerca in capacità industriale, analizzando il divario tra Asia, Stati Uniti ed Europa e le prospettive per la manifattura e le costruzioni nei prossimi anni.
Macchine che sfilano sulle passerelle di Seul assieme a indossatrici e indossatori in carne e ossa, intelligenze umanoidi candidate ad arginare gli effetti, ad alcune latitudini, di una profonda crisi demografica, simil-lavoratori dal cuore algoritmico destinati a coprire turni continui, ininterrotti. Il rullo quotidiano delle notizie provvede a raffigurare orizzonti dallo sviluppo così rapido da anticipare persino il nostro stupore. L’idea che l’avvenire sia ora non ha più il suono di uno slogan stantio, ma aggiorna l’antica intuizione shakesperiana: “c’è più immaginazione nella realtà di quanta ne contengano i nostri sogni”. Il vento della trasformazione sembra spirare soprattutto da Est. Nel 2024 la Cina ha dominato il mercato dei robot industriali con 259.000 nuove installazioni, pari al 54% del totale globale. L’Europa, per capire la distanza, si ferma all’8% [dati IFR]. Ma Pechino è già oltre le fabbriche e punta a costruire macchine dal corpo identico a quello umano. A spiegare l’evoluzione formidabile delle tecnologie abilitanti, tra cui i robot, è il prof. Giorgio Metta, Direttore Scientifico dell’Istituto Italiano di Tecnologia di Genova, dove si promuove lo sviluppo tecnologico del Paese e l’alta formazione tecnologica, favorendo così lo sviluppo del sistema produttivo nazionale.

Il ritmo dell’innovazione asiatica è altissimo. Esiste un divario est e ovest nell’automazione? A cosa è dovuto?
Sì, oggi esiste un divario crescente tra Asia e Occidente nell’automazione e nella robotica avanzata, ma bisogna capire bene di che natura sia questo divario. Non riguarda tanto la capacità di fare ricerca di frontiera, Stati Uniti ed Europa infatti hanno università, centri di ricerca e aziende straordinarie, quanto la capacità di trasformare rapidamente quell’innovazione in produzione industriale su larga scala.
La banca d’affari americana Morgan Stanley stima che nel 2050 il numero di robot umanoidi nel mondo potrebbe raggiungere un miliardo di unità. Di questi, oltre 302 milioni sarebbero in Cina, mentre gli Stati Uniti si fermerebbero a circa 78 milioni. È una differenza enorme, che racconta non soltanto chi svilupperà tecnologia, ma soprattutto chi sarà in grado di industrializzarla e distribuirla su vasta scala. La Cina, infatti, ha costruito negli ultimi vent’anni un ecosistema industriale estremamente integrato. Quando parliamo di robot umanoidi non parliamo solo di intelligenza artificiale o software: servono motori, riduttori, batterie, elettronica, sensori, capacità manifatturiera, logistica. Pechino sta investendo lungo tutta la catena del valore e oggi molti produttori occidentali dipendono ancora da componenti cinesi o asiatici. Questo è il vero vantaggio competitivo cinese: la velocità di esecuzione e la capacità di abbattere i costi attraverso la scala produttiva.
Morgan Stanley calcola inoltre, che il costo di un robot umanoide possa scendere dai circa 200 mila dollari del 2024 a 15 mila dollari per i modelli cinesi entro il 2050, contro i circa 50 mila dollari previsti per quelli americani. È una dinamica molto simile a quella che abbiamo già osservato nel settore delle auto elettriche. Gli Stati Uniti mantengono invece una leadership molto forte nella progettazione avanzata, nell’intelligenza artificiale e nei sistemi ad alte prestazioni. Ma spesso il loro approccio punta a prototipi sofisticati e costosi. È eccellente per innovare, meno efficace quando bisogna produrre milioni di unità accessibili al mercato.
L’Europa si trova in una posizione intermedia. Abbiamo eccellenze scientifiche straordinarie, anche nella robotica umanoide, ma soffriamo una frammentazione industriale e una minore capacità di coordinare investimenti, politica industriale e manifattura e in definitiva di fare massa critica. Inoltre, rispetto all’Asia, l’industria europea deve confrontarsi con costi energetici molto più elevati che incidono direttamente sulla competitività della produzione avanzata. In generale, l’elevato costo dell’energia rende più difficile per molte aziende europee competere sul prezzo con i produttori asiatici. A questo si aggiunge un altro elemento strutturale: in Europa il costo del lavoro continua ad avere un peso molto significativo, non solo per i salari ma anche per l’elevato cuneo fiscale che grava sulle imprese. Questo è un altro punto che fa diventare più costosa la produzione industriale e rallenta, in alcuni casi, la capacità di scalare rapidamente nuove tecnologie. In Asia, invece, molti Paesi hanno costruito condizioni industriali più favorevoli alla crescita manifatturiera, con politiche molto aggressive di sostegno alla produzione strategica. In Cina, in particolare, ricerca, manifattura, politica industriale e approvvigionamento energetico lavorano in modo molto più coordinato. Questo accelera enormemente i tempi di sviluppo e riduce i costi industriali.
Detto questo, non credo che il futuro sia già scritto. La robotica umanoide è ancora in una fase iniziale. Restano aperte grandi sfide tecnologiche: autonomia energetica, sicurezza, interazione fisica con l’uomo e affidabilità operativa. E su questi temi la qualità della ricerca europea e occidentale resta fondamentale. La vera sfida per l’Occidente oggi è trasformare l’eccellenza scientifica in capacità industriale. Non basta inventare il robot migliore: bisogna essere in grado di produrlo in massa, aggiornarlo rapidamente e renderlo economicamente sostenibile. Ed è esattamente su questo terreno che l’Asia sta accelerando più velocemente di tutti.

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Se si pensa ai robot, si immaginano scenari fantascientifici. Che ruolo hanno nella nostra industria e come influenzano i processi di lavoro?
Le nuove tecnologie abilitanti, tra cui i robot, possono fare realmente la differenza per il settore industriale. IIT, a questo proposito, ha da poco rinnovato per altri 11 anni l’accordo siglato con il Consorzio Intellimech al Kilometro Rosso di Bergamo, che ha portato alla nascita nel 2020 del laboratorio congiunto sistemico JOiiNT LAB, realtà che fa dialogare pubblico e privato, consentendo a gruppi di aziende di investire congiuntamente in attività di innovazione a lungo termine di interesse comune, facilitando grandi investimenti in ricerca e sviluppo che le singole aziende non potrebbero sostenere da sole. L’importanza di fare massa critica a cui mi riferivo prima. Mettere in diretto contatto chi fa ricerca con le esigenze concrete del mondo industriale è il modo più efficace per sviluppare tecnologie con un ruolo centrale per i lavoratori e le lavoratrici.
All’interno del JOiiNT LAB e della nuova unità di ricerca di IIT NuBots, le tecnologie che vengono sviluppate sono il Metaverso industriale, un ambiente real-time integrato che fonde digital twin, interfacce immersive e AI generativa per simulazione, design, validazione, monitoraggio e controllo di sistemi cyber-fisici complessi, e robot modulari e riconfigurabili, capaci di operare in autonomia all’interno di processi robotizzati e in collaborazione con esseri umani e ambiente grazie alla Physical AI. Lo sviluppo di nuove soluzioni robotiche concrete e affidabili ha lo scopo di favorire la collaborazione essere umano-robot e la loro co-evoluzione all’interno delle fabbriche del futuro, per affrontare sfide industriali complesse, sollevando i lavoratori da ruoli pericolosi, ripetitivi e debilitanti, mantenendoli invece, al centro della supervisione strategica e del valore decisionale.

Cosa si intende per intelligenza dei robot?
Quando si parla di “intelligenza” nei robot, intendiamo la capacità di svolgere compiti specifici in modo efficace, adattandosi, entro certi limiti, alle variazioni dell’ambiente. Un robot è “intelligente” quando riesce a percepire ciò che lo circonda, interpretarlo e agire di conseguenza. Questo significa integrare diversi livelli: sensori per raccogliere dati, algoritmi per elaborarli e sistemi di controllo per trasformare queste informazioni in azioni.
Oggi gran parte di quella che chiamiamo intelligenza deriva da tecniche di intelligenza artificiale, in particolare dall’apprendimento automatico, ma c’è un passaggio ulteriore che sta emergendo con forza ed è quello della cosiddetta Physical AI. Non basta più avere modelli che funzionano bene sui dati: bisogna portarli nel mondo fisico, dove entrano in gioco dinamiche complesse come interazioni e variabilità continua. Qui l’intelligenza non è solo “calcolo”, ma integrazione stretta tra algoritmi, corpo e il suo movimento. La meccanica, i materiali, la qualità degli attuatori, il design influenzano direttamente ciò che il sistema è in grado di fare. Non è un dettaglio, è parte dell’intelligenza stessa. In molti casi, inoltre, l’intelligenza è distribuita. Non è tutta a bordo del robot: può esserci un operatore umano, oppure sistemi esterni che guidano o supportano il comportamento. La vera sfida, oggi, è rendere questi sistemi più autonomi e robusti: non tanto far fare al robot un’azione spettacolare in condizioni controllate, ma permettergli di operare in contesti reali, complessi e non prevedibili.

Esistono progetti e applicazioni nell’automazione che riguardano il settore edilizio?
Il settore delle costruzioni sta vivendo una trasformazione importante. Storicamente, il cantiere è sempre stato un ambiente complesso, dinamico e poco strutturato, molto diverso da una fabbrica. Proprio per questo motivo, l’introduzione dell’automazione rappresenta una sfida, ma anche una grande opportunità. Oggi iniziamo a vedere soluzioni robotiche sempre più avanzate, progettate per lavorare insieme agli esseri umani, migliorando sicurezza, efficienza e qualità del lavoro anche in questo settore.
Uno di questi è il prototipo di robot CONCERT pensato per affiancare i lavoratori del settore edile nelle attività ad alto rischio e sviluppato all’interno dell’omonimo progetto europeo che ha coinvolto un consorzio di aziende ed enti di ricerca in Italia, Germania, Austria e Polonia, coordinato dal ricercatore dell’Istituto Italiano di Tecnologia, Nikolaos Tsagarakis. Si tratta di un progetto particolarmente significativo perché non è rimasto confinato alla ricerca teorica: il robot è stato testato in un vero cantiere in Polonia, dimostrando la sua applicabilità in condizioni reali. Nel settore delle costruzioni molte operazioni comportano condizioni critiche: lavoro in quota, movimentazione di carichi pesanti, esposizione a materiali potenzialmente nocivi. Sono proprio queste le situazioni in cui la robotica può fare la differenza. A partire dai risultati di questo progetto è nata la nuova startup Robosintesi, gemmata dall’Istituto Italiano di Tecnologia.
Come l’accelerazione del comparto condurrà anche all’avvento di nuove competenze? Quali opportunità per i giovani?
Un altro obiettivo del JOiiNT LAB riguarda proprio la formazione di nuovi professionisti, con competenze tecniche e scientifiche di alto livello, che avranno diretto collegamento con le realtà industriali, potenziando la filiera manifatturiera italiana. Questi contesti si baseranno infatti, sempre più su figure professionali altamente qualificate nella robotica e nella Physical AI. Inoltre, lo sviluppo di tecnologie che di fatto cambieranno la modalità in cui alcune categorie di lavoratori svolgono le proprie mansioni può rappresentare un fattore determinante per coinvolgere maggiormente le nuove generazioni di lavoratori e lavoratrici, soprattutto in quei settori dove oggi si risente della mancanza di manodopera come ad esempio l’agricoltura.
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