Co-fondatrice, community manager e volto di Greencome, new media dedicato alla sostenibilità, si occupa di contenuti editoriali, campagne e progetti di engagement per aziende, organizzazioni e istituzioni. Attraverso storytelling e formati digitali, racconta temi legati a clima e ambiente con l’obiettivo di rendere accessibili contenuti complessi, sensibilizzare e ispirare un cambiamento positivo. Ha conseguito la laurea triennale in Relazioni Economiche Internazionali presso Sapienza Università di Roma, affiancata dal corso interdisciplinare “Le Scienze della Sostenibilità”, e la laurea magistrale interateneo in Economia e Politiche dell’Ambiente tra Università di Torino e Politecnico di Torino. Durante il percorso universitario si è impegnata attivamente nel mondo associativo, in particolare con Legambiente, dove è stata tesoriera del circolo universitario e dove ha ricoperto il ruolo di delegata nell’Assemblea dei Delegati nazionali, con l’intento di tradurre l’attivismo personale in azioni concrete per la tutela dell’ambiente. Un percorso che unisce competenze economico-ambientali, comunicazione e attivismo.
Come si può riportare biodiversità nelle città? Dal ruolo degli impollinatori alla progettazione del verde urbano, fino all’utilizzo di dati e tecnologie per monitorare gli ecosistemi, Niccolò Calandri, CEO e co-founder di 3Bee, racconta le principali sfide della biodiversità urbana e le strategie per creare città più resilienti e ricche di habitat naturali. Un approfondimento sul rapporto tra natura, urbanizzazione, monitoraggio ambientale e progettazione degli spazi verdi urbani.
Il 22 maggio si è celebrata la Giornata Mondiale della Biodiversità, una ricorrenza che ogni anno riporta al centro dell’attenzione pubblica il tema della tutela degli ecosistemi e del rapporto tra attività umane e natura. Eppure, quando si parla di biodiversità urbana, il rischio è spesso quello di ridurre il tema a una semplice presenza di verde, senza considerare la complessità delle relazioni che tengono in equilibrio un ecosistema: dalla varietà vegetale agli impollinatori, fino alla presenza di habitat capaci di sostenere differenti specie animali.
In questo contesto, gli impollinatori sono diventati uno degli indicatori più importanti per leggere lo stato di salute di un territorio. Api, bombi e altri insetti impollinatori non rappresentano soltanto una componente fondamentale della biodiversità, ma vere e proprie “sentinelle ecologiche”, in grado di raccontare quanto un ambiente sia ricco, resiliente o, al contrario, impoverito.
Negli ultimi anni, inoltre, il ruolo di dati e tecnologia nel monitoraggio ambientale è cresciuto enormemente. Sensori acustici, satelliti, intelligenza artificiale e analisi ambientali stanno rendendo possibile osservare la biodiversità in modo sempre più preciso, trasformando il monitoraggio ecologico in uno strumento concreto per progettare interventi mirati e misurabili.
Per approfondire questi temi abbiamo rivolto alcune domande a Niccolò Calandri, CEO e co-founder di 3Bee, nature tech company italiana specializzata nel monitoraggio, nella tutela e nella rigenerazione della biodiversità attraverso tecnologie innovative focalizzate sugli impollinatori e sugli ecosistemi terrestri.

Negli ultimi anni il tema della biodiversità è diventato sempre più centrale quando si parla di resilienza ambientale e salute degli ecosistemi. Perché oggi aumentare gli impollinatori e proteggere la biodiversità – e, al suo interno, anche gli impollinatori – è così importante?
«Sì, parlerei più in generale di biodiversità, perché gli impollinatori rappresentano una parte di un sistema molto più ampio. Sono, se vogliamo, uno dei grandi “connettori” della biodiversità terrestre: quegli attori che permettono agli ecosistemi di crescere, rigenerarsi e mantenersi vivi nel tempo.
In 3Bee lavoriamo principalmente sulla biodiversità terrestre – lasciando fuori quella marina, che oggi non rientra nel nostro ambito operativo – che dividiamo in tre macroaree, non per tipologie di biodiversità, ma per tipologia di pressione antropica.
Ci sono aree a pressione antropica relativamente bassa, come le aree protette, dove però il cambiamento climatico sta già alterando in modo molto evidente i cicli di vita delle specie. Insetti, piante e grandi mammiferi stanno subendo variazioni importanti nei comportamenti e nella distribuzione geografica. Un esempio concreto riguarda le fioriture, che si stanno progressivamente spostando verso latitudini e altitudini più elevate. Questo fenomeno ha effetti anche sull’agricoltura: colture considerate fino a pochi anni fa incompatibili con il clima italiano, come l’avocado, stanno trovando sempre più spazio nel nostro Paese. Oggi, infatti, alcune delle più grandi coltivazioni di avocado in Europa si trovano proprio in Italia.
Poi c’è una pressione antropica intermedia, rappresentata dalle città. Paradossalmente, almeno in Europa, gli ambienti urbani non sono sempre quelli più critici per la biodiversità. Le città mantengono ancora una presenza significativa di aree verdi e negli ultimi anni si sta lavorando sempre di più per aumentare questi spazi e integrarli nella progettazione urbana. Proprio questo approccio sta contribuendo a rendere le città ambienti potenzialmente più resilienti di quanto si immagini.
La pressione più forte e più problematica, invece, è spesso quella agricola. È un impatto meno visibile rispetto a quello urbano, ma estremamente più profondo. Se dovessi indicare uno degli ambienti più critici per la biodiversità in Italia, probabilmente non direi Milano, ma la Pianura Padana. Monocolture, semplificazione del paesaggio, perdita di habitat naturali e impoverimento floristico stanno riducendo drasticamente la varietà biologica.
Quando si parla di biodiversità, infatti, ci si concentra spesso sugli animali, ma il primo segnale di deterioramento arriva quasi sempre dal mondo vegetale. Quando le specie native iniziano a diminuire e vengono sostituite da specie invasive o da ecosistemi estremamente semplificati, allora iniziamo a osservare una perdita reale di biodiversità. Questo perché sono le piante – insieme ai funghi e agli altri organismi del suolo – a costruire gli habitat che permettono poi agli animali di vivere.
Ed è qui che il ruolo degli impollinatori diventa centrale. Api e altri insetti impollinatori sono uno dei collegamenti invisibili che tengono in equilibrio questi ecosistemi. L’impollinazione mantiene vivo il tessuto floreale e, allo stesso tempo, una biodiversità vegetale ricca permette agli impollinatori di sopravvivere. È un rapporto reciproco.
Per questo motivo è riduttivo dire semplicemente che “se spariscono le api sparisce tutto”. Il tema è più complesso: gli impollinatori esistono perché esiste biodiversità, e la biodiversità continua a prosperare anche grazie al loro lavoro. Se impoveriamo gli habitat naturali, inevitabilmente mettiamo a rischio anche gli impollinatori. Più che concentrarci su singoli elementi, dovremmo quindi imparare a proteggere l’equilibrio complessivo degli ecosistemi naturali».

Heidelberg Materials, Santa Giustina, ex cava di Castenedolo (BS) oggi più grande bosco di pianura di tutta la Lombardia
Gli impollinatori vengono spesso definiti “sentinelle ecologiche” perché riescono a fornire informazioni molto precise sullo stato di salute di un ecosistema. Quali sono gli indicatori che permettono di leggere questa relazione tra impollinatori e habitat? E su quali parametri lavorate voi di 3Bee per monitorare la biodiversità di un territorio?
«Gli impollinatori rappresentano sicuramente uno dei migliori indicatori dello stato di salute di un ecosistema, ma è importante chiarire che non stiamo parlando solo di api da miele. L’ape domestica è soltanto una delle tante specie impollinatrici presenti in natura: in Italia esistono circa mille specie differenti di impollinatori e solo una produce miele.
L’ape da miele è anche quella più diffusa e allevata dall’uomo, e proprio questo aspetto la rende particolare. Da un lato svolge un ruolo fondamentale nell’impollinazione, dall’altro, se gestita male o introdotta in quantità eccessive, può persino diventare problematica per la biodiversità locale, perché rischia di entrare in competizione con gli impollinatori selvatici.
Quando osserviamo gli impollinatori come indicatore ecologico, il vero elemento chiave non è tanto la quantità, quanto la varietà. Noi di 3Bee lavoriamo proprio su questo aspetto attraverso sensori che registrano e analizzano i suoni prodotti dagli impollinatori, i cosiddetti “buzz”. Ogni specie ha frequenze differenti: i bombi, ad esempio, producono suoni più bassi, mentre altri impollinatori, come i sirfidi, hanno frequenze più acute. Analizzando questi pattern riusciamo a classificare le diverse tipologie di insetti presenti in un’area.
A quel punto entra in gioco un indicatore molto importante, l’indice di Shannon, che misura la diversità delle specie presenti in un ecosistema. Se in un territorio troviamo quasi esclusivamente api da miele, ad esempio, non è necessariamente un buon segnale: potrebbe indicare un ambiente povero di biodiversità, dove predominano specie allevate e introdotte artificialmente.
Al contrario, una grande varietà di impollinatori suggerisce la presenza di habitat differenti e ben strutturati. Alcuni impollinatori vivono nel terreno, altri nei tronchi, altri ancora necessitano di aree umide o sabbiose. Più aumenta questa varietà, più significa che l’ecosistema è ricco e complesso.
Accanto al monitoraggio diretto degli impollinatori, osserviamo anche la biodiversità floreale tramite immagini satellitari. Analizzando l’evoluzione delle fioriture nel corso delle stagioni possiamo capire quanto un territorio sia eterogeneo. Un ambiente in cui si alternano molte fioriture durante l’anno – prati, alberi, pascoli, boschi – tende ad avere una biodiversità elevata.
Al contrario, gli ambienti agricoli intensivi mostrano spesso una situazione opposta: una sola fioritura molto concentrata nel tempo, associata a pochi impollinatori e a una biodiversità complessivamente più bassa. Si può produrre molto miele, certo, ma questo non significa necessariamente avere un ecosistema sano. Spesso in questi contesti diminuiscono anche anfibi, uccelli e altre specie animali legate alla complessità dell’habitat.
In sintesi, il KPI più importante quando si parla di biodiversità non è la quantità assoluta di impollinatori presenti, ma la loro varietà. È la diversità delle specie a raccontarci davvero quanto un ecosistema sia ricco, stabile e in salute».

Heidelberg Materials, Alveari nella cementeria di Calusco d'Adda (BG)
Case study | Le api come sentinelle ecologiche negli stabilimenti di Heidelberg Materials
Dal 2002 Heidelberg Materials Italia ha avviato un programma di monitoraggio biologico dell’aria nelle aree circoscritte ai propri impianti, utilizzando le api come vere e proprie “sentinelle ecologiche”. Le arnie vengono posizionate all’interno del perimetro degli stabilimenti e affiancano le tradizionali attività di controllo delle emissioni, previste dalle normative e dagli impegni volontari dell’azienda. Attraverso l’analisi del miele prodotto, è possibile raccogliere indicazioni sulla qualità ambientale dell’area: le api, infatti, raccolgono polline in un raggio circoscritto intorno all’alveare e sono organismi particolarmente sensibili agli stress ambientali. Le rilevazioni vengono effettuate anche dall’Istituto Nazionale di Apicoltura di Bologna, che ogni anno analizza il miele prodotto negli stabilimenti e verifica parametri fisico-chimici che rientrano ampiamente nella norma, certificandone l’alta qualità. La vitalità delle api e la qualità del miele diventano così indicatori utili per osservare lo stato di salute dell’ecosistema circostante.

Heidelberg Materials, Miele prodotto nella cementeria di Matera
Nel caso del monitoraggio basato sulla cattura e interpretazione dei suoni, quanto cambia il lavoro in un ambiente urbano, dove il rumore di fondo è molto più elevato? E più in generale, quali differenze ci sono tra il monitoraggio della biodiversità in contesti naturali e quello nelle città?
«Cambia soprattutto il livello di complessità. In ambiente urbano lavoriamo comunque con sensori dedicati sia ai volatili sia ai buzz degli impollinatori, ma il rumore di fondo è inevitabilmente molto più elevato: auto, motorini, mezzi di servizio, persone. Di conseguenza serve un lavoro di analisi e scrematura molto più sofisticato, per evitare di confondere un impollinatore con altri suoni presenti nell’ambiente urbano – ma questo, di fatto, è il nostro lavoro.
Noi facciamo già monitoraggi in diversi contesti urbani, ad esempio nei parchi di Milano come i Giardini Indro Montanelli o il Parco Biblioteca degli Alberi (realizzato con le pavimentazioni di Heidelberg Materials ndr) , oltre che in aree verdi private e terrazzi urbani.
Il punto importante, però, è che la biodiversità urbana non dipende semplicemente dal cosiddetto “sfalcio ridotto”. Spesso si pensa che lasciare crescere l’erba sia sufficiente per aumentare la biodiversità, ma non è necessariamente così. Ridurre lo sfalcio può anche favorire la crescita di specie aliene o invasive che non portano benefici reali agli ecosistemi urbani e che, in alcuni casi, possono persino peggiorare la situazione.
La biodiversità urbana esiste davvero quando un’area verde viene progettata e gestita in ottica ecologica, introducendo specie native e lavorando sulla ricostruzione di habitat adatti agli impollinatori e ad altre specie. Significa, ad esempio, sostituire piante ornamentali poco utili con vegetazione autoctona. Magari dal punto di vista estetico queste soluzioni possono risultare meno “perfette” rispetto ai giardini tradizionali, ma sono molto più efficaci dal punto di vista ecologico.
Ed è proprio in questi casi che il monitoraggio restituisce risultati concreti: installando sensori in aree gestite in questo modo, iniziamo a osservare il ritorno di una maggiore varietà di impollinatori. Ed è quella varietà, ancora una volta, il vero segnale che un ecosistema urbano sta tornando in salute».

Andrea Cerchi, BAM Parco Biblioteca degli Alberi, Milano
Hai già introdotto in parte il tema della biodiversità urbana e di come favorirla concretamente. Quando si parla di città, basta aumentare il numero di aree verdi e di piante oppure ci sono altri aspetti fondamentali da considerare per creare ecosistemi davvero funzionali?
«La biodiversità, come dicevo prima, ha molto a che fare con la varietà degli impollinatori presenti in un ecosistema. Se introduco specie vegetali native, creo habitat in grado di riattrarre differenti tipologie di impollinatori. E nel momento in cui ritornano gli impollinatori, iniziano ad arrivare anche altre specie, ad esempio i volatili che trovano condizioni adatte per nidificare.
Se invece riempio una città di specie invasive come l’ailanto, che cresce rapidamente e si propaga facilmente senza particolare gestione, non sto facendo biodiversità. Sto sicuramente creando un’area verde utile sotto altri aspetti – ad esempio per mitigare le isole di calore o assorbire CO₂, dato che cresce molto velocemente – ma non sto ricostruendo un ecosistema biodiverso. In quel caso si parla più di ingegneria ambientale che di biodiversità.
La sfida vera è riuscire a integrare entrambe le cose. Al posto di specie invasive esistono molte piante autoctone che possono svolgere la stessa funzione in modo più equilibrato, favorendo anche la biodiversità locale. Il punto è proprio creare ecosistemi urbani capaci di sostenere più forme di vita contemporaneamente.
In questo senso, un modello interessante è quello delle tiny forest: foreste urbane molto dense, composte esclusivamente da specie native. Sono ambienti altamente competitivi e dinamici, dove alcune piante crescono, altre muoiono, altre ancora si rigenerano continuamente. Questo tipo di approccio permette di ottenere diversi benefici contemporaneamente: assorbimento di CO₂, maggiore permeabilità del suolo, riduzione delle polveri sottili e miglioramento della qualità dell’aria.
Certo, esteticamente non corrisponde all’idea classica di verde urbano a cui siamo abituati. Non è il prato inglese perfetto, non è il roseto ornamentale. È qualcosa di più vicino a una foresta vera. E forse una parte della sfida sta proprio qui: cambiare anche il nostro immaginario estetico della città e iniziare a considerare bella una natura più spontanea, più complessa e meno artificiale.
In ambienti di questo tipo iniziano a tornare impollinatori e volatili. Il tema dei mammiferi, invece, in città è molto più complesso a causa della forte frammentazione degli habitat urbani. È difficile immaginare il ritorno stabile di grandi mammiferi in questi contesti, ma creare condizioni favorevoli per insetti impollinatori e uccelli è già un passo enorme per ricostruire biodiversità urbana reale».

Nel contesto urbano, quali sono oggi le principali pressioni che mettono in difficoltà gli impollinatori? Pesano di più fattori ambientali come l’aumento delle temperature e le isole di calore oppure elementi legati all’inquinamento urbano, come smog e rumore?
«Dipende sempre dalla scala del problema. Nel momento in cui ci spostiamo in città, ad esempio, eliminiamo uno dei principali fattori di pressione che troviamo invece in agricoltura: i pesticidi. E questo cambia completamente l’ordine di grandezza del problema.
I pesticidi sono probabilmente la minaccia più impattante per gli impollinatori, perché nascono proprio per eliminare insetti. Anche quando vengono applicati per colpire specie specifiche, non sono mai completamente selettivi. Noi lo vediamo chiaramente anche attraverso i nostri sensori: dopo l’applicazione di un agrofarmaco, per circa quindici giorni si registra quasi un deserto biologico. È un dato oggettivo.
Lo smog o l’inquinamento urbano sicuramente incidono anche sugli impollinatori, così come incidono sulla salute umana, ma con una gravità molto inferiore rispetto ai pesticidi. Lo smog può ridurre la qualità e l’aspettativa di vita, mentre i pesticidi agiscono in modo diretto e immediato.
Nelle città il problema è anche un altro: la mancanza di habitat e soprattutto di cibo. Gli ambienti fortemente urbanizzati, se non accompagnati da una progettazione attenta del verde, diventano inevitabilmente ostili agli impollinatori. Le aree verdi che vengono riqualificate dovrebbero quindi integrare specie vegetali native, capaci di nutrire gli impollinatori e ricostruire piccoli ecosistemi urbani. Il tema, quindi, è il modo in cui progettiamo e bilanciamo gli spazi urbani.
Sempre legato all’urbanizzazione c’è anche il problema delle isole di calore, che però sugli impollinatori sembrano avere un impatto meno rilevante rispetto ad altri fattori, come appunto la disponibilità di cibo o l’uso di pesticidi. Sono invece più problematiche per altre specie, ad esempio i volatili, soprattutto durante la nidificazione.
Gli impollinatori, in un certo senso, sono più resilienti: se trovano habitat e risorse alimentari adeguate riescono ad adattarsi più facilmente. Gli uccelli, invece, sono spesso più sensibili alle alterazioni dell’ambiente urbano.
Poi chiaramente, se le temperature continuano ad aumentare in modo estremo, il discorso cambia e si rientra nel tema più ampio del cambiamento climatico, che inevitabilmente finisce per amplificare tutte queste dinamiche».

Guardando ai prossimi anni, quali saranno secondo te le sfide più importanti per la tutela degli impollinatori e della biodiversità? E che ruolo avranno dati, monitoraggio e tecnologia nel rendere questi interventi più efficaci?
«Le direzioni da seguire, in realtà, sono già abbastanza chiare. Nel mondo agricolo bisogna ridurre l’impatto dell’agricoltura intensiva e andare sempre di più verso sistemi agroforestali e modelli di coltivazione complessi, capaci di integrare produzione agricola e biodiversità. Ovviamente l’obiettivo non è eliminare l’agricoltura – altrimenti l’uomo non mangia – ma renderla compatibile con ecosistemi più ricchi e resilienti.
Nel contesto urbano, invece, la sfida è aumentare gli spazi verdi, ma intesi davvero come habitat per gli impollinatori e per la biodiversità, non semplicemente come aree a sfalcio ridotto. A volte si tende a presentare certe iniziative come soluzioni ecologiche, quando in realtà hanno più una dimensione comunicativa che un reale impatto sulla biodiversità.
Qui entrano in gioco dati e tecnologia. Oggi non basta più fare un intervento “a intuito”: bisogna misurare ciò che si sta facendo. Il processo corretto è sempre lo stesso: prima si analizza un’area, poi si progettano gli interventi sulla base di indicatori scientifici – ad esempio il Pollinator Abundance o la Nesting Suitability – successivamente si realizza l’intervento e infine si misura il risultato.
Se funziona, si replica. Se non funziona, si cambia approccio. È un processo continuo di progettazione, monitoraggio e adattamento.
Questo permette anche di realizzare interventi molto più specifici e mirati a seconda del contesto. In alcune aree può avere senso lavorare sugli impollinatori, in altre sulle zone umide, in altre ancora sul ritorno di determinate specie di volatili o anfibi legati a habitat storicamente presenti in quel territorio. La biodiversità non si gestisce con una soluzione unica valida ovunque, ma con interventi “tailor made” costruiti sulle caratteristiche ecologiche di ogni area.
Milano, da questo punto di vista, è un esempio molto interessante. Ci sono aree a nord con caratteristiche più umide, zone agricole di interfaccia che potrebbero tornare ad avere funzioni ecologiche importanti, e aree centrali dove invece il focus può essere il ritorno degli impollinatori. Ogni parte della città richiede una gestione diversa e obiettivi differenti».
In copertina: © Heidelberg Materials, api a Santa Giustina, ex cava di Castenedolo (BS) oggi più grande bosco di pianura di tutta la Lombardia.
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