Co-fondatrice, community manager e volto di Greencome, new media dedicato alla sostenibilità, si occupa di contenuti editoriali, campagne e progetti di engagement che raccontano storie, condividono soluzioni e diffondono notizie su clima e ambiente, con l’obiettivo di sensibilizzare e ispirare un cambiamento positivo. Laureata magistrale in Economia e Politiche dell’Ambiente, ha affiancato al percorso accademico un impegno attivo in ambito associativo, in particolare con Legambiente, dove ha ricoperto il ruolo di delegata nazionale, con l’intento di tradurre l’attivismo personale in azioni concrete per la tutela dell’ambiente.
La sostenibilità è davvero uscita dai radar? Come sta cambiando la transizione climatica nelle imprese, con Andrea Zuanetti
Il 22 aprile si celebra la Giornata della Terra, una ricorrenza che ogni anno riporta al centro del dibattito pubblico temi come cambiamento climatico, risorse naturali, transizione industriale e responsabilità delle imprese. Eppure, rispetto a qualche anno fa, la sostenibilità sembra occupare oggi uno spazio diverso. Non è scomparsa, ma appare meno centrale nel racconto mediatico, spesso superata da altre urgenze – dalle tensioni geopolitiche all’instabilità economica – o affiancata da nuovi temi percepiti come più attuali, come l’intelligenza artificiale.
Questo spostamento di attenzione, però, non significa necessariamente che la sostenibilità abbia perso rilevanza. Al contrario, mentre diminuisce l’attenzione, cresce in molti casi la sua integrazione concreta nei modelli industriali, nelle strategie aziendali e nei processi decisionali. In altre parole, si comunica forse meno, ma si lavora di più su aspetti strutturali e misurabili: dalla decarbonizzazione delle filiere alla progettazione di soluzioni più efficienti, fino all’evoluzione del modo stesso in cui le aziende interpretano il proprio ruolo nella transizione.
In questo scenario, anche il concetto di neutralità climatica continua a essere centrale, soprattutto in settori ad alto impatto come quello delle costruzioni, dove le emissioni, i materiali, la supply chain e le scelte progettuali rendono la sfida particolarmente concreta. Capire se la sostenibilità sia ancora un tema capace di orientare il mercato, quali priorità stiano emergendo e quali strumenti possano davvero accelerare la transizione è quindi oggi più importante che mai.
Per approfondire questi temi abbiamo rivolto alcune domande ad Andrea Zuanetti, CEO di Up2You, realtà che accompagna le aziende in percorsi di sostenibilità e decarbonizzazione, per capire come sta cambiando il modo in cui imprese e filiere affrontano oggi la transizione climatica.

Negli ultimi anni il tema della sostenibilità sembra essere uscito in parte dal centro del dibattito pubblico, spesso oscurato da crisi geopolitiche e altre urgenze. Dal tuo punto di vista, quanto è cambiata oggi la percezione della sostenibilità? È ancora un tema capace di generare interesse e mobilitare attenzione?
«Sì, negli ultimi anni è evidente che l’attenzione verso la sostenibilità si sia in parte ridotta, anche perché il dibattito pubblico è stato assorbito da altre urgenze, in particolare le crisi geopolitiche. Allo stesso tempo, anche nel contesto aziendale, questi temi sono stati in parte affiancati – e talvolta superati – da altri ambiti oggi molto “in hype”, come, ad esempio, l’intelligenza artificiale.
Questa dinamica è stata, almeno in parte, anche una conseguenza di una sorta di “overdose” di sostenibilità. C’è stato un periodo in cui tutto veniva definito e comunicato come sostenibile, con un’esposizione mediatica molto elevata su temi che, per loro natura, non hanno soluzioni immediate. Si tratta infatti di processi lenti, i cui effetti si vedono nel tempo, e questo, in un contesto in cui l’attenzione è sempre più breve e frammentata, rischia di generare una certa saturazione.
Nonostante questo, la sostenibilità resta un tema capace di generare interesse e mobilitare attenzione. Il motivo è semplice: ha un impatto diretto sulle nostre vite. Questo è particolarmente vero per le generazioni più giovani, che hanno un orizzonte temporale più lungo e quindi una maggiore sensibilità verso dinamiche i cui benefici si vedranno tra dieci, quindici o vent’anni.
Quello che sta cambiando, piuttosto, è il modo in cui la sostenibilità viene affrontata, soprattutto dalle aziende. Si sta progressivamente superando un approccio più tradizionale, legato alla CSR (n.d.r.: Corporate Social Responsibility, cioè iniziative con cui le aziende restituiscono valore alla società) e a logiche simili alla beneficenza o al “give back”, che restano comunque importanti, ma non più centrali. Al loro posto sta emergendo una maggiore integrazione della sostenibilità all’interno del core business.
Questo significa che oggi si vedono forse meno iniziative “sceniche” o facilmente comunicabili, ma più interventi strutturali, meno visibili e meno accattivanti dal punto di vista narrativo, ma decisamente più concreti. Pensiamo, ad esempio, alla decarbonizzazione di un’acciaieria: non è un tema semplice da raccontare, ma ha un impatto enorme.
In questo senso, la sostenibilità sta diventando sempre più una leva industriale ed economica, con effetti misurabili non solo in termini ambientali, ma anche sui principali indicatori di business, dalla top line alla bottom line».

In questo scenario, la neutralità climatica è ancora un obiettivo centrale oppure sta progressivamente perdendo rilevanza? E quali differenze vedi nel modo in cui viene affrontata tra Italia e altri paesi?
«Per diversi anni il cambiamento climatico è stato, di fatto, il tema che ha trainato l’intera narrazione sulla sostenibilità, al punto che spesso si tendeva a sovrapporre i due concetti. In realtà, il clima rappresenta solo una componente della sostenibilità ambientale, che a sua volta è una delle dimensioni di un tema molto più ampio.
Oggi questa centralità si sta ridimensionando, ma non perché la neutralità climatica abbia perso importanza in senso assoluto. Piuttosto, è cambiato il contesto: stanno emergendo con maggiore forza anche altri temi, e questo è un segnale positivo. Il cambiamento climatico resta una priorità – su questo il consenso scientifico è molto chiaro – ma non può più essere considerato l’unica chiave di lettura della sostenibilità.
Non tutte le aziende, infatti, hanno lo stesso tipo di impatto. Per alcune, come nel caso dell’industria pesante o delle costruzioni, la decarbonizzazione resta un asse centrale. Per altre realtà, invece, il contributo può essere più rilevante su ambiti diversi. Una società di consulenza, ad esempio, difficilmente avrà un impatto diretto significativo sulle emissioni, ma può incidere molto di più su temi sociali, sulla qualità dei progetti che sviluppa o sull’impatto indiretto che genera attraverso i propri clienti.
Anche restando all’interno della sostenibilità ambientale, le priorità possono cambiare: per alcune aziende, la tutela della biodiversità o la gestione delle risorse naturali possono essere altrettanto, se non più, rilevanti rispetto al tema climatico.
In questo senso, più che una perdita di rilevanza, si sta assistendo a una diversificazione e a una maggiore maturità nell’approccio. Si sta superando l’idea che sostenibilità significhi semplicemente riduzione delle emissioni di gas serra, per arrivare a una visione più completa, in cui il cambiamento climatico resta un elemento centrale, ma inserito all’interno di un quadro più ampio e articolato».

La neutralità climatica è un concetto sempre più citato, ma spesso non immediato da comprendere fino in fondo. Ci aiuti a definirlo in modo chiaro e a capire quali sono le principali difficoltà nel raggiungerlo?
«La neutralità climatica, in termini molto concreti, significa non contribuire al cambiamento climatico. Tradotto operativamente, vuol dire arrivare a un livello di emissioni nette pari a zero: le emissioni di gas serra che un’azienda (o un sistema) genera devono essere ridotte il più possibile e, per la parte residua che non si riesce a eliminare, compensate attraverso progetti che assorbono o evitano emissioni equivalenti.
Si parla infatti di “emissioni nette” proprio perché, nella maggior parte dei casi, azzerare completamente le emissioni dirette è estremamente complesso. Pensiamo a un’azienda che oggi emette 10 tonnellate di CO₂ all’anno: può lavorare per ridurle in modo significativo, ad esempio fino a 2 tonnellate, ma quelle 2 tonnellate residue possono essere bilanciate finanziando progetti che rimuovono o evitano la stessa quantità di emissioni.
È però fondamentale chiarire un punto che negli anni ha generato molta confusione. La compensazione non può diventare una scorciatoia. Non può essere un meccanismo per continuare a emettere come prima, limitandosi a “pagare” per compensare. Questo approccio non è sostenibile su larga scala: può funzionare per singole realtà, ma non è replicabile a livello sistemico.
La logica corretta è un’altra: prima si riduce, poi – solo per la quota residuale – si compensa. Anche dal punto di vista economico, questa distinzione è rilevante. La riduzione delle emissioni è spesso un investimento, che può generare efficienze e benefici nel tempo; la compensazione, invece, è un costo ricorrente.
In questo senso, la neutralità climatica non è solo un obiettivo ambientale, ma anche una scelta strategica, che richiede un ripensamento profondo dei modelli operativi, prima ancora che strumenti di compensazione».

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Se guardiamo al settore delle costruzioni, che ha un ruolo chiave nella transizione, come si sta evolvendo oggi il tema della neutralità climatica? È un obiettivo che sta entrando davvero nei modelli industriali o rimane ancora, in parte, una prospettiva più dichiarata che praticata?
«Nel complesso si dovrebbe fare di più, perché siamo ancora in ritardo rispetto agli obiettivi che ci siamo dati a livello internazionale. Detto questo, nel settore delle costruzioni si stanno vedendo segnali concreti di evoluzione. In Italia, ad esempio, sono stati recentemente aggiornati i Criteri Ambientali Minimi per l’edilizia: un passaggio importante, che va nella direzione giusta. Sono certamente migliorabili, ma rappresentano comunque un avanzamento e riflettono una crescente attenzione del settore su questi temi.
Per le aziende delle costruzioni, la sostenibilità – e in particolare il cambiamento climatico – è ormai uno degli ambiti centrali, se non il principale. A differenza di altri settori, qui l’impatto è molto tangibile: materiali, processi produttivi, cantieri, consumi energetici. Tutto è misurabile e, proprio per questo, alle aziende viene sempre più richiesto di quantificare le proprie emissioni e intervenire in modo strutturato.
Quello che emerge è che non si tratta solo di dichiarazioni di principio. I principali player si stanno muovendo in modo concreto, anche perché operano in un contesto industriale dove le azioni devono necessariamente tradursi in interventi reali, misurabili e verificabili.
Un aspetto particolarmente rilevante riguarda la filiera. Il settore delle costruzioni è caratterizzato da supply chain lunghe e frammentate, composte da molti fornitori, spesso di piccole dimensioni. In questo contesto, le aziende capofiliera stanno assumendo un ruolo sempre più attivo, guidando la transizione e coinvolgendo i propri fornitori in questo percorso. Per molte realtà più piccole, infatti, sarebbe difficile affrontare autonomamente un cambiamento di questa portata.
In sintesi, la neutralità climatica nel settore delle costruzioni sta progressivamente entrando nei modelli industriali. Il percorso è ancora in evoluzione e ci sono ampi margini di miglioramento, ma la direzione è ormai tracciata e, soprattutto, sempre più concreta».

Restando sul settore delle costruzioni, quali sono oggi le leve più concrete su cui si può intervenire per ridurre le emissioni? E quali sono invece le principali sfide in un percorso verso la neutralità climatica nel mondo delle costruzioni?
«Senza entrare troppo nel tecnico, è utile partire da un punto: nel settore delle costruzioni esiste oggi una forte spinta all’innovazione, sia sui materiali sia sulle tecniche costruttive. In Italia, in particolare, ci sono diverse realtà che stanno lavorando in questa direzione, con soluzioni interessanti. Detto questo, le leve più rilevanti sono spesso meno “visibili” e più trasversali.
Una delle principali riguarda il coinvolgimento della filiera. Per le grandi aziende, infatti, la maggior parte delle emissioni non deriva dalle attività dirette, ma da quelle che si definiscono “scope 3”, cioè generate lungo la catena di fornitura. Questo significa che una parte significativa dell’impatto è nelle mani di fornitori, subfornitori e altri attori coinvolti nei progetti.
In questo contesto, le aziende capofiliera hanno una leva molto forte: possono accompagnare i propri fornitori nel percorso di riduzione delle emissioni, fornendo strumenti, linee guida e supporto operativo. Per molte piccole imprese, infatti, muoversi in autonomia su questi temi è complesso – non solo per una questione di risorse, ma anche di competenze. Attivare questo tipo di collaborazione diventa quindi uno degli elementi più efficaci per generare un impatto reale.
Un’altra leva fondamentale, spesso sottovalutata, riguarda la fase iniziale del progetto. Le scelte più determinanti vengono fatte molto prima del cantiere, già in fase di progettazione e, in alcuni casi, persino nella definizione dell’offerta. È in quel momento che si decide l’impostazione complessiva dell’intervento: materiali, tecnologie, soluzioni costruttive.
La fase di cantiere resta comunque importante e offre margini di ottimizzazione, ma difficilmente può compensare scelte progettuali poco efficienti. Per questo, agire fin dall’inizio del processo è una delle leve più incisive, anche se meno immediatamente percepibili.
Le principali sfide stanno proprio qui: nella complessità delle filiere, nella difficoltà di coinvolgere attori molto diversi tra loro e nella necessità di integrare questi temi fin dalle prime fasi decisionali. È un cambiamento che richiede coordinamento, competenze e una visione più ampia del progetto, che vada oltre il singolo intervento e consideri l’intero sistema in cui si inserisce».

Guardando al futuro, quali sono secondo te le principali sfide ancora aperte e le direzioni su cui si sta puntando per accelerare la transizione climatica? Tra queste, che ruolo potranno avere anche tecnologie come il carbon capture?
«Una delle sfide principali oggi è ancora culturale e strategica: far comprendere a tutti gli stakeholder che la sostenibilità non è più solo una logica di “give back”, ma una leva competitiva a tutti gli effetti. Non è qualcosa di accessorio o separato dal business, ma un elemento che incide direttamente sulla capacità di un’azienda di stare sul mercato, essere resiliente e durare nel tempo – anche dal punto di vista economico.
Un esempio molto concreto è il tema dell’energia. Ripensare il proprio approvvigionamento in chiave sostenibile non è solo una scelta ambientale, ma ha implicazioni dirette sui costi, sulla stabilità e quindi sulla competitività. È proprio in questi ambiti che si vede come sostenibilità ambientale ed economica siano sempre più intrecciate.
In questo contesto, il ruolo dei sustainability manager è diventato centrale: devono accompagnare le organizzazioni in questo cambio di prospettiva, che non è sempre immediato. Alcune aziende sono già più avanti, altre stanno ancora facendo questo percorso, e spesso esistono visioni diverse su priorità e soluzioni.
Proprio per questo è difficile individuare una singola direzione dominante. La transizione climatica è un tema complesso e richiede un approccio articolato, che agisca su più fronti contemporaneamente.
All’interno di questo quadro, tecnologie come il carbon capture and storage rappresentano una delle opzioni più interessanti. Sono soluzioni promettenti, ma è importante evitare due semplificazioni opposte: da un lato considerarle la soluzione definitiva, dall’altro liquidarle come un alibi per non intervenire altrove.
Il loro ruolo è più sfumato, ma comunque rilevante. Possono diventare un tassello importante all’interno di una strategia climatica più ampia, soprattutto perché intervengono su emissioni che, pur potendo essere ridotte, sono difficilmente eliminabili del tutto. In questo senso, il carbon capture può contribuire in modo significativo, ma solo se inserito in una visione integrata che continui a puntare prima di tutto sulla riduzione delle emissioni».
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