Roberto Conte (1980) è un fotografo di architettura attivo a livello internazionale. I suoi interessi principali sono legati all’architettura moderna, in particolare nell’interpretare fotograficamente le architetture del ventesimo secolo, dalle strutture razionaliste al modernismo post-bellico e l’architettura contemporanea, passando per modernismo sovietico e brutalismo. Collabora con aziende, studi di architettura, istituzioni (tra cui l’Accademia di Architettura di Mendrisio, in Svizzera), studi di design (tra cui Designlab Experience a Dubai, EAU) e artisti (tra cui Edoardo Tresoldi, Gonzalo Borondo, Daan Roosegaarde, Gonzalo Borondo, Max Magaldi, Alberonero, Emilio Ferro). Ha pubblicato i libri <em>Soviet Asia</em> e <em>Brutalist Italy</em> e le sue foto sono state inserite in numerosi altri volumi tra cui <em>This Brutal World</em> (Phaidon), <em>Ruin and Redemption in Architecture</em> (Phaidon), <em>Concrete Concept</em>, <em>Frances Lincoln</em>, le guide architettoniche di Montréal e Yerevan della DOM Publishers, Milano Industriale (Hoepli), <em>Percorsi di rigenerazione urbana</em> (Pellegrini), <em>Oltre la Dismissione</em> (Lettera Ventidue).
La fotografia di architettura è il risultato di ragionamenti, valutazioni e attese, qualcosa quindi di diverso dalla cattura di un attimo più o meno fortuito. Spesso è necessario prepararsi studiando mappe delle città in cui si vuole operare e gli orientamenti degli edifici rispetto al sole. A volte sono necessari più sopralluoghi per capire il contesto in cui l’edificio è inserito prima di attendere il momento adatto allo scatto, con la giusta luce e possibilmente con il giusto meteo. Il tutto cercando di ridurre al minimo elementi che possano disturbare o distrarre lo sguardo dal soggetto principale attraendolo in altri punti della fotografia, come auto di passaggio, fili sospesi o talvolta persone. Si tratta di una disciplina che premia quindi studio e pazienza ma anche il movimento nello spazio, alla ricerca dei punti in cui si possa leggere meglio il progetto architettonico e in cui la complicatissima trasposizione di uno spazio tridimensionale nei vincoli dello spazio bidimensionale possa restituirne la matericità e il più possibile la fedeltà delle sensazioni reali. Forse mi piace proprio per questo, perché è una fotografia di analisi, pazienza e precisione.
Io sono un fotografo di architettura e nel selezionare i soggetti sento la necessità di farmi guidare da ciò che personalmente trovo interessante, accettando la complessità di storie, presupposti e percorsi legati che hanno portato alla realizzazione di alcune strutture, cercando il più possibile di non fermarmi alla dicotomia tra bello e brutto. Quello che cerco è quindi ciò che pur non rispettando specifici i canoni tradizionali mi intriga e mi attrae. Proprio come l’architettura brutalista e il cemento.
Ho iniziato a fotografare una ventina di anni fa, quando ho deciso di assecondare la mia curiosità oltrepassando le recinzioni di fabbriche abbandonate per esplorarne gli ambienti. Rimasi immediatamente affascinato da questi posti, dimenticati ma spesso solenni, e la fotografia mi è apparsa sin da subito un mezzo – più che un fine – per muovermi in questi spazi con il mio sguardo (e con le mie gambe!), oltre che per accompagnare a distanza chi avrebbe visto le foto.

Roberto Conte, Edificio residenziale, Sergio Crotti e Enrica Invernizzi (1974), Bergamo
Partendo quindi dal fotografare strutture fortemente condizionate materialmente dal tempo ho ampliato progressivamente l’interesse verso la fotografia di architettura in generale, in cui il concetto di tempo si declina in altre forme. Cimentandomi con diversi stili, dal barocco al liberty fino all’architettura moderna, mi sono reso conto che preferivo fotografare quest’ultima proprio per l’assenza di decorazione, che rende il ruolo del fotografo secondo me più importante nella rappresentazione fotografica. Quando un edificio è caratterizzato più dall’intreccio dei suoi volumi che dalla decorazione (più o meno esasperata) il punto di ripresa, il momento della giornata e la scelta delle ottiche diventano ancora più rilevanti per enfatizzarne le caratteristiche in un’immagine. La naturale conseguenza di questo percorso è stata l’attrazione crescente verso le strutture costruite in cemento, un materiale che ha permesso la costruzione di edifici caratterizzati da volumi unici e forme sorprendenti e che da fotografo mi consente di proporre letture diverse e sempre nuove. L’introduzione del cemento armato in architettura ha provocato uno stacco netto rispetto al passato, con piante libere, aggetti audaci e la materializzazione di un pensiero progettuale che non deve più combattere con le tradizionali regole fatte di travi e architravi.
Come fotografo apprezzo in particolare il cemento a vista quando conserva traccia visibili delle casseforme in legno in cui è stato gettato, operazione che dà loro “una vita perenne sulla terra” (come sostiene l’architetto Rem Koolhaas nel suo Delirious New York), restando impresse in negativo sulla sua superficie creando un rapporto più diretto del materiale con il processo che l’ha generato ma anche con l’onestà del progetto stesso, tutti elementi altrettanti importanti fotograficamente.

Roberto Conte, Chiesa di San Paolo Apostolo, Benvenuto Villa e Maria Rosa Zibetti Ribaldone (1971-1973), Gallarate (VA)
Il mio primo libro di fotografia Soviet Asia, dedicato all’architettura modernista sovietica in Asia Centrale, è frutto di questo percorso. Scattato a quattro mani con Stefano Perego, il volume è frutto di un viaggio attraverso le ex repubbliche sovietiche del Kazakistan, Kirghizistan, Uzbekistan e Tagikistan alla ricerca di edifici costruiti tra gli anni ’60 e la caduta dell’URSS, architetture dalle proporzioni monumentali site in zone poco note o del tutto sconosciute.
Musei, complessi residenziali, università, circhi, palazzi delle cerimonie, le opere ritratte sono costruite con un aspetto ricco e composito, in cui l’elemento sovietico incontra le influenze dell’architettura islamica e persiana, modellando quindi con elementi orientali forme imponenti e di gusto brutalista (sebbene spesso “nascondendo” il cemento con rivestimenti). La fortuna di cui ha goduto a livello internazionale Soviet Asia è certamente legata a un generale clima di riscoperta globale per l’estetica del brutalismo il cui lemma non deriva dalla parola “brutale”, come a volte ancora si pensa, ma dal francese “béton-brut” ovvero cemento a vista, grezzo.
Diverse iniziative editoriali, approfondimenti, monografie su architetti poco conosciuti e un significativo ampliamento della platea di interesse oltre gli addetti ai lavori stanno lasciando alle spalle decenni di sostanziale oblio dell’architettura brutalista, interrotto talvolta da atteggiamenti di pura critica, spesso più che sbrigativa.

Roberto Conte, Istituto Tecnico Industriale Cipriano Facchinetti, Enrico Castiglioni e Carlo Fontana (1965), Castellanza (VA)
Il fenomeno della riscoperta del brutalismo non accenna a diminuire negli anni, al contrario, e ne abbiamo avuto prova con il secondo libro Brutalist Italy, pubblicato nel 2023 sempre con Stefano Perego, che si focalizza appunto sulle architetture di questo tipo disseminate in tutto il nostro Paese. Il volume propone una selezione di più di 100 edifici brutalisti italiani costruiti prevalentemente tra gli anni Sessanta e Ottanta, raccontati attraverso 146 immagini realizzate in cinque anni e percorrendo più di 20.000 km, attraversando tutte le regioni della penisola.
Il libro contiene foto dell’Istituto Tecnico Industriale Cipriano Facchinetti di Enrico Castiglioni e Carlo Fontana a Castellanza, come della Chiesa di San Paolo Apostolo di Benvenuto Villa e Maria Rosa Zibetti Ribaldone a Gallarate, o dell’edificio residenziale di Sergio Crotti e Enrica Invernizzi a Bergamo, per citare solo alcune opere realizzate in Lombardia. Abbiamo deciso di selezionare le architetture rappresentando diverse tipologie di edificio: dai musei alle chiese, dalle residenze private a complessi popolari fino a cimiteri e monumenti, abbiamo dimostrato come con lo stesso materiale si siano create le opportunità per realizzare un’incredibile quantità di progetti, in molti casi sperimentando nuove soluzioni (a volte trovando nuove sintassi compositive e soluzioni funzionali, a volte sbagliando, come è normale quando si sperimenta).
Il libro è anche un omaggio ad architetti le cui opere, seppur notevoli, sono conosciute quasi sempre solo a livello locale, regionale o addirittura cittadino, ed è stato stimolante individuarle, fotografarle e proporle a un pubblico sicuramente italiano ma anche straniero, abituato a pensare l’Italia con stereotipi estetici un po’ vincolanti. Grazie alla collaborazione con diversi Istituti Italiani di Cultura abbiamo presentato il libro e realizzato mostre sul team a Berlino, Stoccolma, Rio de Janeiro, Kiev e Stoccarda, iniziative che hanno generato un notevole riscontro di pubblico, a prova di un interesse reale.
In questo senso anche l’Italia, le cui architetture brutaliste sono piuttosto peculiari, ha quindi ancora molto da dire in termini di riscoperta di un fenomeno globale e di tipologie di utilizzo di un materiale come il cemento che, per dirla ancora con Rem Koolhaas, «è in grado di dare consistenza oggettiva al vuoto e al pieno con la stessa facilità: è la plastica degli architetti».
Roberto Conte
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