Co-fondatrice, community manager e volto di Greencome, new media dedicato alla sostenibilità, si occupa di contenuti editoriali, campagne e progetti di engagement che raccontano storie, condividono soluzioni e diffondono notizie su clima e ambiente, con l’obiettivo di sensibilizzare e ispirare un cambiamento positivo. Laureata magistrale in Economia e Politiche dell’Ambiente, ha affiancato al percorso accademico un impegno attivo in ambito associativo, in particolare con Legambiente, dove ha ricoperto il ruolo di delegata nazionale, con l’intento di tradurre l’attivismo personale in azioni concrete per la tutela dell’ambiente.
Rigenerazione Urbana: perché non è (solo) una questione di edifici? Ne parla l’attivista Giovanni Mori
Negli ultimi anni la rigenerazione urbana è entrata con forza nel dibattito pubblico. Ma cosa significa davvero oggi parlare di rigenerazione? È solo recupero di spazi dismessi o è qualcosa di molto più profondo, che riguarda clima, disuguaglianze, mobilità e qualità della vita?
Ne abbiamo parlato con Giovanni Mori, ingegnere energetico e ambientale e attivista per il clima, per capire cosa vuol dire immaginare e costruire città più vivibili, inclusive e capaci di affrontare la crisi climatica.

Cosa intendiamo davvero per rigenerazione urbana? È solo riqualificazione degli spazi o qualcosa di più profondo?
«È una domanda importante, anche perché il significato di rigenerazione urbana negli ultimi anni si è allargato molto. Io me ne occupo professionalmente dal 2019–2020 e già rispetto ad allora, che parliamo di appena cinque o sei anni fa, il termine aveva un perimetro più definito. Oggi sempre più persone ne parlano, e questo è sicuramente positivo. Però dobbiamo capirci su cosa intendiamo davvero.
Sulla carta, rigenerazione urbana significa intervenire su uno spazio che è rimasto incompiuto, dismesso, un “buco urbano”, e restituirgli senso e funzione. In questa accezione è qualcosa di esclusivamente positivo. Il punto è che, nella pratica, mi è capitato di vedere rientrare sotto l’etichetta di rigenerazione urbana un po’ di tutto, e questo rischia di creare confusione.
Secondo me è fondamentale che, in un tempo segnato dalla crisi climatica ma anche da una crescente atomizzazione delle comunità urbane, la rigenerazione sia multilivello.
(n.d.r.: l’atomizzazione delle comunità è il termine con cui si descrive il progressivo indebolimento dei legami sociali e delle reti di prossimità nelle città, con individui sempre più isolati e meno inseriti in comunità coese.)
Non solo architettonica, quindi, ma anche energetica, che oggi dovrebbe essere quasi un prerequisito, e strettamente connessa a strategie concrete di adattamento climatico. Nel nostro contesto europeo esistono strumenti, come la tassonomia europea degli investimenti, che dovrebbero già orientare i progetti verso questa direzione, anche se nella pratica questo allineamento non sempre si traduce in scelte concrete.
(n.d.r.: la tassonomia europea degli investimenti è il sistema di classificazione dell’Unione Europea che definisce quali attività economiche possono essere considerate sostenibili dal punto di vista ambientale, orientando così investimenti pubblici e privati verso obiettivi climatici e ambientali.)
Ma c’è un altro livello, che è quello sociale. Oggi uno dei problemi centrali nelle città è il costo dell’abitare, che incide direttamente sulla struttura della società. Se un intervento di rigenerazione non tiene insieme questi piani (ambientale, energetico e sociale) rischia di non rigenerare davvero il tessuto urbano e comunitario, e anzi di produrre esclusione o snaturamento. Invece potrebbe essere una grande occasione per affrontare, in modo integrato, problemi ambientali e sociali di un quartiere o di una città».

Andrea Cherchi, BAM - Biblioteca degli Alberi di Milano
A volte, la rigenerazione urbana rischia di trasformarsi in una vetrina estetica o in un’opportunità immobiliare per pochi. Come possiamo evitare che diventi un processo esclusivo e assicurarci che produca benefici reali per tutte e tutti?
«È una domanda da cento milioni di dollari. E c’è un ulteriore livello che ho capito qualche anno fa parlando con un’amica che faceva ricerca a Londra: il tema della green gentrification. L’idea che perfino fare parchi, perfino fare verde, possa innescare dinamiche di esclusione. All’inizio mi sembrava un paradosso, poi ho capito che è un rischio reale.
Un caso emblematico è la High Line di New York: un progetto bellissimo dal punto di vista architettonico e paesaggistico, ma che ha contribuito ad aumentare moltissimo i prezzi immobiliari nelle aree circostanti (n.d.r.: la High Line è un parco lineare sopraelevato realizzato a Manhattan su una ex linea ferroviaria dismessa, trasformandola in uno spazio verde pubblico lungo circa 2,3 km, diventando un caso simbolo di rigenerazione urbana). A Roma si parla di una nuova High Line e sarà interessante capire se produrrà lo stesso effetto. Il punto è che un intervento può essere riuscitissimo dal punto di vista formale, ma generare conseguenze molto diverse sul piano sociale.
La risposta più semplice a questa domanda, detta anche un po’ brutalmente, è farlo dappertutto. Altrimenti il rischio è che alcuni quartieri migliorino molto mentre altri restino indietro e sappiamo benissimo dove preferiremmo vivere: in quartieri con più verde, meno traffico, meno rumore, servizi vicini. È normale che quelle zone costino di più. Come ci dimostrano Milano e tante altre città: i quartieri più verdi e meno congestionati sono anche quelli più cari.
C’è una frase che trovo illuminante: se in una “città a 15 minuti” chi ti fa il cappuccino deve arrivare da mezz’ora di distanza perché non può permettersi di viverci, allora non è una città a 15 minuti, è un parco a tema. Una città funziona se chi ci lavora può anche abitarci.
Per evitare che la rigenerazione diventi una vetrina per pochi, bisogna distribuire qualità urbana su larga scala: ridurre il traffico privato in più zone, aumentare il verde in modo diffuso, creare spazi pedonali e servizi in diversi quartieri, non solo in uno. In questi giorni sono a Bruxelles, che negli ultimi anni ha lavorato molto sugli spazi urbani. Anche in quartieri non centrali si trovano zone 30, aree pedonali e traffico calmierato. Non sono interventi iconici, ma migliorano la qualità della vita in modo capillare.
Poi c’è un tema politico, nel senso più alto del termine: la pianificazione. Negli ultimi decenni è venuta meno, lasciando molto al mercato. Ma il mercato, da solo, tende a concentrare valore dove è più conveniente. Se manca una regia pubblica capace di mettere a sistema gli attori – chi vive nei quartieri, chi costruisce, chi investe, chi amministra – il rischio di esclusione aumenta.
La rigenerazione urbana può essere una leva straordinaria. Ma solo se è guidata da una visione che tenga insieme qualità dello spazio, accessibilità economica e coesione sociale, e non si limiti a produrre nuove cartoline urbane».

Che ruolo può giocare la rigenerazione urbana nella lotta alla crisi climatica? E come si collega al tema della giustizia sociale?
«Ovviamente il modo in cui costruiamo impatta, e impatta molto. Storicamente, però, l’impatto delle abitazioni è dovuto soprattutto alle operational emissions, cioè alle emissioni generate durante la vita utile dell’edificio: per riscaldarlo e, sempre più spesso, per raffrescarlo. Immaginiamo, per semplificare, che per costruire un edificio si emetta una certa quantità di CO₂, diciamo una tonnellata, anche se nella realtà è molto di più, e poi, ogni anno per cinquant’anni, se ne emettano due, tre o quattro per farlo funzionare. Alla fine, circa il 90% dell’impatto complessivo deriva dall’uso dell’edificio, non dalla sua costruzione.
Negli edifici molto nuovi, però, questa proporzione si sta ribaltando. Ormai per legge devono essere ben isolati, devono rispettare standard energetici molto stringenti, parliamo di edifici nZEB, a energia quasi zero. Questo significa che durante la loro vita emettono pochissimo rispetto al passato. E quindi, in termini relativi, pesa molto di più la fase di costruzione.
È lì che entra in gioco il tema della grey carbon footprint, cioè l’impronta carbonica incorporata nei materiali. Quanto impattano i materiali durante la produzione e la messa in opera? Cemento, colonne, basamenti, legno strutturale, acciaio, ma anche tutti i materiali di riempimento, gli isolanti. Usi lana di roccia riciclata? Usi materiali di origine petrolifera che magari isolano benissimo ma hanno una LCA (Life Cycle Assessment) più pesante? Oggi queste scelte contano moltissimo, perché una parte sempre più rilevante dell’impatto di un edificio sta lì.
Poi c’è un altro tema, che è quasi provocatorio: l’edificio che impatta meno è quello che non costruiamo. Sulla carta la priorità è ristrutturare, rigenerare l’esistente. Però non esiste una regola standard.
In Italia, ad esempio, il tema sismico è enorme: a volte intervenire su un edificio vecchio è talmente complesso, costoso e poco efficace dal punto di vista energetico che demolire e ricostruire può avere più senso.
(n.d.r.: l’Italia è uno dei Paesi europei con il più alto rischio sismico, a causa della sua posizione lungo la linea di contatto tra la placca africana e quella euroasiatica. Una parte significativa del patrimonio edilizio è stata costruita prima dell’introduzione di normative antisismiche moderne.)
Noi siamo molto affezionati alle nostre “cose vecchie”, più di altri Paesi, e lo capisco. Però bisognerebbe riuscire a fare un discorso serio anche sulla demolizione in senso positivo: distruggendo puoi anche creare spazio, puoi ripensare densità, puoi ridisegnare un quartiere in modo più efficiente e più vivibile. Non è bianco o nero, è una valutazione caso per caso.
Il collegamento con la giustizia sociale è evidente. Se un edificio è energivoro, chi ci vive paga bollette più alte. Se un quartiere è costruito male, senza servizi e con case inefficienti, le disuguaglianze si amplificano. Una rigenerazione fatta bene può ridurre la povertà energetica, migliorare il comfort abitativo e quindi la qualità della vita. Ma, come dicevamo prima, dipende sempre da come la si fa e per chi la si fa: può essere uno strumento di riequilibrio oppure, se non governata, l’ennesimo fattore di esclusione».

Roberto Conte, Ospedale San Cataldo di Taranto
Con la campagna “#FacciamociSpazio” hai lanciato un invito semplice ma potente: immaginare insieme la città del 2035. Che ruolo deve avere, secondo te, la società nei processi di rigenerazione urbana?
«Il ruolo dovrebbe essere partecipare, in senso lato. Ognuno con il proprio ruolo, perché i ruoli sono diversi, ma partecipare è fondamentale. Con Italia Impossibile la sfida era proprio questa: come sarebbe l’Italia nel 2035 se facessimo tutte le scelte giuste? Perché la buona notizia è che le scelte giuste le sappiamo. Non è un problema di soluzioni: le conosciamo a memoria. Il punto è riuscire a immaginare davvero come potrebbero essere le nostre città se le applicassimo fino in fondo.
La campagna parla molto di spazi pubblici, ma in realtà riguarda anche quelli privati. C’è un dato che portiamo spesso: circa il 60%-70% dello spazio pubblico nelle città è occupato da strade e parcheggi. È spazio nostro, che usiamo principalmente per spostarci e che spesso è sottoutilizzato rispetto a quello che potrebbe diventare. Potrebbe essere uno strumento per riconnettere le comunità, fare adattamento climatico, creare parchi – sto banalizzando, ma il senso è che potremmo usarlo molto meglio.
Perché questo accada servono nuove forme di partecipazione, ma serve anche immaginazione su come partecipare. Io sono figlio di urbanisti, quindi questo è sempre stato un tema ricorrente: puoi progettare il miglior edificio del mondo, puoi fare la miglior rigenerazione possibile, ma se le persone non si sentono parte di quel processo, non funziona. Come diceva l’architetto e urbanista Jan Gehl, la città è ciò che succede tra un edificio e l’altro. Non è fatta dagli edifici, è fatta dalle persone.
E le persone sono tante categorie diverse: abitanti, certo, ma in alcune città gli abitanti sono solo una parte. Ci sono i city users, chi lavora, chi studia, chi attraversa la città ogni giorno. E poi ci sono i bambini. Come dice spesso Stefano Boeri, i bambini sono il 100% degli abitanti del futuro. Se progetti uno spazio a misura di bambino, di solito funziona per tutti: è accessibile anche con un passeggino o una sedia a rotelle, è più sicuro dal punto di vista stradale, è meno rumoroso. Mettere loro al centro è una scelta di qualità urbana, non solo simbolica.
Per riprenderci i nostri spazi serve avere a bordo tutti: la politica, che deve fissare le regole del gioco e creare le condizioni per sedersi al tavolo; la pubblica amministrazione, ai vari livelli; le aziende che realizzano concretamente i progetti; e le persone che quegli spazi li vivono.
Un esempio molto interessante è Superkilen, nel quartiere di Nørrebro a Copenaghen. Parliamo di un quartiere dove convivono circa 60-70 nazionalità diverse. Lì la progettazione è partita davvero dal coinvolgimento delle persone che lo abitano, e questa cosa poi si vede nello spazio.
Dentro quella piazza trovi oggetti e simboli che arrivano dai Paesi di origine delle comunità presenti: una fontana che richiama la Stella di David, un’insegna con la mezzaluna araba, tavoli da picnic ispirati all’Armenia, panchine latinoamericane.
Queste non sono operazioni decorative. Sono interventi che lavorano sull’integrazione e sulla coesione. In una società sempre più frammentata e attraversata da tensioni, creare spazi in cui le persone si riconoscono davvero non è un dettaglio estetico: è un modo concreto per ricostruire il tessuto sociale. Molto spesso, lo fai proprio partendo dagli spazi».

OliverFoerstner - stock.adobe.com, Superkilen, parco nel quartiere di Nørrebro a Copenaghen
In Italia, di cosa abbiamo bisogno oggi per rendere concreta questa visione? Qual è l’obiettivo della campagna “#FacciamociSpazio” e quali sono i prossimi passi?
«L’idea di fondo è molto semplice: che le persone si attivino e mettano in campo il meglio di loro. In questi mesi abbiamo girato quasi 40 città e non ci siamo limitati a dire “immaginate in grande”. Abbiamo chiesto: come sarebbe il posto in cui vivi se applicassimo davvero le soluzioni che conosciamo già? Transizione ecologica, adattamento climatico, nuova mobilità, spazi pubblici più vivibili. Come cambierebbe concretamente?
Ma il punto non è solo immaginare. È fare. Sul sito abbiamo messo a disposizione due kit: uno molto base, accessibile a chiunque, e uno più strutturato, scritto insieme a progettisti, artisti ed esperti. Sono strumenti pratici per capire come attivarsi, come coinvolgere altre persone, come dialogare con la pubblica amministrazione e provare a intervenire in prima persona.
Stanno già nascendo esperimenti interessanti. In alcuni luoghi, per esempio, si è partiti da uno spazio problematico come una stazione ferroviaria, molto sentita dalla comunità. Il primo passo non è stato progettare qualcosa, ma fare interviste: chiedere alle persone che la attraversano ogni giorno come la percepiscono, quali sono i loro bisogni, cosa non funziona. Ripartire dall’ascolto, che è una cosa apparentemente banale ma che se realizzata in modo sistematica può fare la differenza.
Idealmente questo lavoro dovrebbe farlo la pubblica amministrazione ovunque. Se accadesse in modo strutturato, probabilmente non servirebbe una campagna come la nostra. Intanto però proviamo a farlo noi, anche per spingere tutti gli attori (istituzioni, tecnici, aziende) a rientrare nel gioco.
L’idea è che dai luoghi in cui abitiamo si possa tornare ad avvicinarsi alla politica. Politica in senso istituzionale, certo, ma anche in senso più ampio: prendersi cura delle regole comuni, decidere insieme come vogliamo vivere.
Perché da un lato la crisi climatica sta accelerando, e lo vediamo ogni giorno. Dall’altro, intervenire sugli spazi in cui viviamo non significa solo limitare i danni, ma costruire luoghi concretamente migliori per la maggioranza delle persone. La scelta è abbastanza chiara: o subiamo i problemi, oppure agiamo e trasformiamo le città in qualcosa che funziona davvero meglio per tutti».

Guardando al futuro, quali sono i segnali che ti fanno sperare in un cambio di passo reale sul fronte della rigenerazione urbana?
«Ce ne sono diversi. Ci tengo a dire che sul tema della rigenerazione urbana sono particolarmente coinvolto, anche perché molte delle cose che potrei citare ho avuto l’opportunità di vederle con i miei occhi, andando in giro: e quando le vedi ti rendi conto davvero che esistono. E va detto subito: non esistono posti perfetti. Le slide e le foto mostrano sempre una parte della realtà. In ogni città in cui vai trovi persone che si lamentano, che chiedono di fare meglio, ed è giusto così.
Però esistono già oggi soluzioni che possono affrontare problemi enormi come l’inquinamento devastante in Pianura Padana, la sicurezza stradale, l’adattamento climatico. E adattamento climatico significa anche una cosa molto concreta: quando fa caldo, poter uscire di casa d’estate senza che sia insopportabile. Sono questioni che oggi viviamo sulla pelle, ogni giorno.
La cosa che dovrebbe darci speranza è che si può fare. È pieno di posti che stanno mostrando una strada possibile. In Colombia, per esempio, sulla forestazione urbana; in Spagna sulla mobilità; non solo nei Paesi Bassi o a Copenaghen, che ormai sono casi quasi scontati, ma in contesti molto diversi tra loro. A Parigi stanno provando ad arrivare a circa il 25% di case pubbliche in città, che è un obiettivo molto ambizioso. Vienna aveva tracciato quella strada già cent’anni fa.
Non significa copiare e incollare in modo identico, perché ogni contesto è diverso. Però esistono soluzioni che possiamo adattare, fare un “copia-incolla” intelligente, tenendo conto delle nostre specificità.
E poi c’è un altro segnale incoraggiante: quando queste soluzioni vengono applicate, all’inizio le persone esprimono lamentale. È normale. Ma poi quasi nessuno vuole tornare indietro. Quando uno spazio è più sicuro, più vivibile, più adatto al clima che cambia, alla fine le persone stanno meglio lì. E questo è forse il segnale più forte, se le trasformazioni sono fatte bene, non solo reggono politicamente, ma vengono riconosciute come un miglioramento reale della qualità della vita».
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In copertina: © OliverFoerstner – stock.adobe.com, Superkilen, parco urbano nel quartiere di Nørrebro a Copenaghen.


