Laureata in Ingegneria Civile con un Dottorato di Ricerca in Meccanica delle Strutture, ha perfezionato i propri studi presso il dipartimento di Scienza delle Costruzioni dell’Università di Bologna e l’Imperial College di Londra, dove ha svolto attività di ricerca nel campo della dinamica delle strutture e della meccanica della frattura. Da diversi anni collabora regolarmente con le principali riviste tecniche di ingegneria e architettura, efficienza energetica e comfort abitativo, come autrice di articoli e approfondimenti tecnici. Instancabile viaggiatrice, attualmente risiede a Verona.
Direttiva Case Green: la roadmap europea per edifici a emissioni zero
Il contributo del calcestruzzo per il raggiungimento dei requisiti della EPBD IV – Direttiva 2024/1275, meglio nota in Italia come “Direttiva Case Green” e la decarbonizzazione del settore edilizio.
A maggio 2026 scade il termine entro il quale l’Italia dovrà recepire nel proprio ordinamento la direttiva europea “Case Green” (EPBD) per gli edifici residenziali che impone una riduzione dei consumi energetici del 16% entro il 2030 e del 20-22% entro il 2035.
La decarbonizzazione del settore delle costruzioni, così come il tema dell’approvvigionamento energetico, sono una priorità strategica per l’Europa. Gli edifici rappresentano circa il 40% dei consumi energetici dell’Unione e oltre un terzo delle emissioni climalteranti associate all’energia, rendendo il comparto uno dei più rilevanti nel percorso verso la neutralità climatica. Il 75% degli edifici europei è considerato inefficiente sul piano energetico. L’urgenza è definita con chiarezza dalle principali politiche internazionali: il pacchetto Fit for 55, l’Accordo di Parigi e, più recentemente, la proposta della Commissione (025/0524 (COD) per un nuovo target vincolante di riduzione del 90% delle emissioni climalteranti nette (ossia al netto degli assorbimenti) rispetto ai livelli del 1990, entro il 2040.
È in questo contesto che si inserisce la EPBD IV – Direttiva 2024/1275, meglio nota in Italia come “Direttiva Case Green”, che ridisegna in profondità gli standard energetici e ambientali del patrimonio edilizio europeo. La direttiva, infatti, promuove congiuntamente il miglioramento della prestazione energetica degli edifici e la riduzione delle emissioni di gas a effetto serra provenienti dal parco immobiliare dell’Unione, con l’obiettivo di conseguire edifici a emissioni zero entro il 2050. In questo quadro, efficienza energetica, riduzione delle emissioni operative e contenimento dell’impronta di carbonio diventano requisiti integrati, da perseguire tenendo conto delle condizioni locali, delle specificità climatiche, della qualità degli ambienti interni e dell’efficacia sotto il profilo dei costi.

Il contributo dei materiali cementizi alla decarbonizzazione del settore
Tra i comparti industriali coinvolti dalla transizione climatica, la filiera dei materiali cementizi ricopre un ruolo centrale. Cemento e calcestruzzo sono indispensabili per la realizzazione di infrastrutture e edifici sicuri e sostenibili. Con questi materiali viene realizzata non solo la maggior parte del patrimonio edilizio europeo – dalle abitazioni alle scuole, dagli ospedali alle infrastrutture strategiche – ma anche le opere che rendono possibile la produzione di energie rinnovabili, come impianti eolici e dighe, contribuendo al miglioramento delle prestazioni ambientali dell’intero costruito.
La loro diffusione è legata a caratteristiche prestazionali uniche – resistenza, durabilità, versatilità – ma comporta anche la necessità di valutare l’impatto ambientale nel ciclo di vita nella sua complessità, considerando sia le emissioni incorporate (embodied carbon) che gli effetti prestazionali indiretti. Ad esempio, superiori prestazioni di durabilità possono ridurre gli oneri di manutenzione e/o ricostruzione per ottenere una pari funzione svolta dall’edificio. In tal senso, per una valutazione dei materiali in relazione alle emissioni climalteranti, è essenziale una congiunta valutazione delle prestazioni del calcestruzzo. Coerentemente, la recente norma italiana sul calcestruzzo (UNI 11104:2025) introduce una classificazione del calcestruzzo con riferimento all’impronta carbonica in termini di classi di riduzione del GWP del calcestruzzo rispetto al calcestruzzo di riferimento di pari prestazioni (ad esempio di pari resistenza meccanica).
Per il settore del cemento, la sfida della decarbonizzazione è più impegnativa che per altri comparti. Nella produzione di cemento, il 60–65% delle emissioni dirette di CO₂ si lega alla produzione del clinker, il semilavorato che rappresenta la componente principale del cemento. Si tratta di emissioni di processo derivanti dalle reazioni chimiche collegate alla calcinazione del carbonato di calcio, quindi intrinseche e non riducibili con le tecnologie convenzionali in valutazioni cradle-to-gate. Peraltro, su valutazioni più ampie (cradle-to grave), ad esempio con i processi di carbonatazione naturale o artificiale, è possibile il riassorbimento di una quota più o meno ampia anche di tale tipologia di emissioni direttamente dall’atmosfera nel prodotto finito in fase d’uso (edificio) o fine vita (es. riciclo del calcestruzzo). Questo aspetto rende il settore particolarmente difficile da decarbonizzare, ma allo stesso tempo lo colloca tra i più strategici per il raggiungimento degli obiettivi climatici europei.
La riduzione del rapporto clinker-cemento attraverso l’impiego di SCM – come loppa d’altoforno, ceneri volanti e pozzolana – in parziale sostituzione del clinker, l’uso di combustibili alternativi al posto dei combustibili fossili tradizionali, inclusi i CSS (Combustibili Solidi Secondari) contenenti biomassa e, in prospettiva, l’idrogeno verde per abbattere le emissioni da combustione, insieme allo sviluppo delle tecnologie di cattura e stoccaggio della CO₂ (Carbon Capture and Storage, CCS) e all’ottimizzazione dei processi produttivi tramite soluzioni digitali ed efficienza energetica, rappresentano oggi le principali leve per ridurre le emissioni dirette associate ai materiali cementizi.

EPBD IV: gli obiettivi della nuova Direttiva
La EPBD IV – Direttiva 2024/1275 costituisce l’aggiornamento più recente del quadro europeo in materia di efficienza energetica degli edifici e riconosce in modo esplicito il ruolo centrale del patrimonio edilizio nel rendere possibile la transizione climatica ed energetica.
Rispetto alle versioni precedenti, la nuova direttiva introduce un approccio sistemico che integra prestazioni energetiche, rinnovabili, digitalizzazione e valutazione dell’impronta carbonica, delineando una strategia chiara per la decarbonizzazione progressiva e strutturale del patrimonio edilizio. La Direttiva punta a tre risultati concreti: ridurre la dipendenza energetica, tagliare le emissioni, migliorare comfort e accessibilità degli edifici. Obiettivi che si traducono in bollette più basse, qualità abitativa superiore, reti più stabili e maggiore competitività per l’intera filiera delle costruzioni. L’obiettivo è la neutralità climatica del parco immobiliare entro il 2050, accompagnata da tappe vincolanti intermedie e da strumenti che rendono l’intero processo misurabile e verificabile.
In questo percorso si consolida la transizione dagli edifici NZEB (Nearly Zero Energy Buildings) ai nuovi ZEB – Zero Emission Buildings, caratterizzati da consumi energetici prossimi a zero o molto ridotti, coperti integralmente da fonti rinnovabili, e da un impatto climatico sensibilmente inferiore lungo l’intero ciclo di vita. Il passaggio agli ZEB richiede un’evoluzione complessiva degli aspetti energetici dell’edificio: dalla qualità dell’involucro agli impianti, dai sistemi di automazione e controllo (BACS) alla capacità di interagire in modo intelligente con la rete elettrica.
Gli elementi chiave della Direttiva EPBD IV
La Direttiva si fonda su alcuni assi portanti. Il primo è la riduzione dei consumi energetici tramite requisiti più stringenti sul comportamento dell’involucro e sull’efficienza degli impianti. La novità più significativa riguarda però l’attenzione crescente alle emissioni incorporate: la EPBD IV estende infatti l’analisi oltre la sola fase operativa, considerando l’impatto generato dai materiali, dalla costruzione, dalla manutenzione e dal fine vita. In questa prospettiva, l’introduzione del Global Warming Potential (GWP), ovvero il potenziale di riscaldamento globale, segna un passaggio decisivo. Il GWP dell’edificio diventa un parametro obbligatorio per tutte le nuove costruzioni di superficie superiore a 1.000 m² a partire dal 2027 e per tutti i nuovi edifici residenziali e non residenziali dal 2030, imponendo ai progettisti di dichiarare e ottimizzare l’impronta carbonica complessiva dell’opera. Questo valore esprime il contributo dell’edificio ai cambiamenti climatici lungo l’intero ciclo di vita, combinando le emissioni incorporate nei materiali da costruzione con quelle dirette e indirette generate nella fase d’uso.

franco ricci - stock.adobe.com
Gli strumenti della Direttiva
Per rendere operativi questi principi, la Direttiva introduce una serie di strumenti integrati. Tra questi, il passaporto di ristrutturazione fornisce una tabella di marcia su misura per la riqualificazione profonda di un determinato edificio, tale da migliorarne sensibilmente la prestazione energetica; mentre i Piani nazionali di ristrutturazione (NBRP National Building Renovation Plans) degli Stati membri, finalizzati a ottenere un parco immobiliare decarbonizzato e ad alta efficienza energetica entro il 2050, indirizzano la strategia e l’implementazione delle ristrutturazioni edilizie necessarie per accompagnare la trasformazione del patrimonio esistente. In aggiunta, lo Smart Readiness Indicator (SRI), definito dal Regolamento Delegato della Commissione (EU) 2020/2155, fornisce uno schema opzionale per misurare la capacità dell’edificio di migliorare le prestazioni energetiche attraverso sistemi intelligenti e interconnessi.
La EPBD IV, infatti, non impone un modello unico, ma stabilisce un insieme di principi entro cui ciascun Paese deve costruire la propria strategia, in coerenza con gli obiettivi europei di riduzione dei consumi e decarbonizzazione del settore edilizio. Questa flessibilità permette agli Stati membri di modellare il percorso sulle proprie specificità e introduce una serie di obiettivi di medio e lungo periodo che orienteranno la trasformazione del patrimonio costruito europeo. Tale flessibilità riguarda anche il calcolo del GWP, che la direttiva affida a metodologie basate su EN 15978 e sul quadro comune Level(s), lasciando comunque agli Stati la possibilità di adottare strumenti nazionali purché conformi ai criteri minimi europei.
La timeline attuativa: tappe e scadenze
A sostegno di questa visione, la EPBD IV introduce una timeline di attuazione chiara e scandita, che accompagna progressivamente il settore verso edifici a emissioni zero e un patrimonio immobiliare completamente decarbonizzato entro il 2050.
Le principali tappe previste sono:
- 2025–2026: presentazione dei Piani Nazionali di Ristrutturazione (NBRP, National Building Renovation Plans) con la prima bozza consegnata entro il 31 dicembre 2025; consegna del piano finale entro il 31 dicembre 2026 e recepimento della direttiva da parte degli Stati membri.
- 2030: tutti i nuovi edifici dovranno essere a emissioni zero (ZEB); obbligo di calcolare e dichiarare il GWP lungo l’intero ciclo di vita; per gli edifici pubblici l’obbligo decorre dal 2028. Gli edifici esistenti (non ZEB) dovranno avviare un percorso di riconversione in ZEB.
- 2033: entrata in vigore delle MEPS (Minimum Energy Performance Standards) per gli edifici non residenziali con peggiori prestazioni energetiche;
- 2035: riduzione del 20–22% del consumo medio di energia primaria per m² del parco immobiliare residenziale rispetto al 2020;
- 2050: patrimonio edilizio europeo completamente decarbonizzato (ZEB).
L’efficacia del percorso dipenderà dalla capacità dei singoli Paesi di trasformare questi obiettivi in politiche concrete, strumenti operativi e investimenti stabili, in grado di accompagnare cittadini, imprese e filiere produttive in una transizione realmente attuabile, equa e competitiva.

Roberto Conte, Scuola Secondaria di Dro (TN), realizzata con i materiali Heidelberg Materials
Il percorso italiano verso l’attuazione della EPBD IV
L’Italia si trova in una fase cruciale di adeguamento al nuovo quadro europeo introdotto dalla EPBD IV. Alcune fasi di recepimento nazionale erano previste entro il 1° gennaio 2025. Tra le misure già operative rientra lo stop agli incentivi per le caldaie autonome alimentate esclusivamente a combustibili fossili, in vigore dal 1° gennaio 2025, cui seguirà il divieto di commercializzazione previsto per il 2040. Le ulteriori fasi di recepimento nazionale sono previste dalla direttiva 2024/1275 entro il 29 maggio 2026.
Negli ultimi anni sono state recepite le precedenti versioni della direttiva e avviata la revisione del Decreto su metodologie di calcolo delle prestazioni energetiche e requisiti minimi degli edifici (Decreto 28/10/2025), pubblicata lo scorso 5 dicembre 2025. Il decreto aggiorna i criteri per involucro, impianti e sistemi di automazione, ma la piena operatività della normativa richiede ora i decreti attuativi della EPBD IV, necessari per definire criteri, metodologie e tempistiche.
Pur essendo prevista entro il 31 dicembre 2025 la bozza del Piano Nazionale di Ristrutturazione edilizia, la Direttiva non è stata inclusa nella legge di delegazione europea 2025, segnale di un processo ancora in evoluzione.
L’attuazione della EPBD IV incontra diverse criticità strutturali. La prima riguarda il patrimonio edilizio italiano, composto in larga parte da edifici datati ed energivori: sono questi i cosiddetti WPB – Worst Performing Buildings, su cui si concentrerà la maggior parte degli interventi, soprattutto nel residenziale. La seconda riguarda la frammentazione delle competenze e la complessità del quadro normativo: tra Stato, Regioni, enti locali e organismi tecnici, i processi autorizzativi e gli aggiornamenti regolatori procedono con lentezza e scarsa omogeneità. A ciò si aggiunge la necessità di un approccio integrato che consideri insieme involucro, impianti, prestazioni energetiche e sicurezza strutturale e sismica, cruciale in un Paese caratterizzato da elevata vulnerabilità sismica e da un vasto patrimonio storico.
Un quadro nazionale già orientato alla sostenibilità dei materiali
In questo scenario, i CAM Edilizia e i CAM Strade svolgono un ruolo centrale nell’orientare le scelte progettuali verso materiali e soluzioni a ridotto impatto ambientale, favorendo l’uso di componenti riciclati, tecnologie efficienti e prodotti con EPD verificate. Rappresentano un naturale punto di raccordo con la logica della EPBD IV, perché introducono da anni principi di circolarità, tracciabilità e analisi del ciclo di vita già assimilati dalla filiera italiana.
L’attuazione della Direttiva può inoltre beneficiare di altre leve nazionali ed europee: il PNRR, tramite il principio DNSH, ha già accelerato l’adozione di materiali e soluzioni a minore impatto, mentre la strategia di decarbonizzazione della filiera del cemento contribuisce ulteriormente alla riduzione delle emissioni incorporate. Integrare questi strumenti con le richieste della EPBD IV permette di creare un quadro regolatorio più coerente, capace di valorizzare innovazioni già disponibili e di sostenere una trasformazione del settore allineata agli obiettivi europei.

Roberto Conte, villa ad Ortona, realizzata con i materiali Heidelberg Materials
Qual è il ruolo del calcestruzzo nel percorso verso gli ZEB
Alla luce dell’approccio integrato alla riduzione dei consumi energetici adottato dalla Direttiva, i progettisti riconoscono sempre più il valore di materiali in grado di migliorare le prestazioni energetiche dell’edificio. Nel passaggio verso edifici a emissioni zero (ZEB), il calcestruzzo assume un ruolo strategico sia nella riduzione delle emissioni operative sia nella diminuzione dell’impronta carbonica lungo l’intero ciclo di vita. La sua centralità non deriva soltanto dalla diffusione capillare di questo materiale, ma anche dalle sue caratteristiche intrinseche, che lo rendono particolarmente adatto ai nuovi requisiti introdotti dalla EPBD IV.
La durabilità è il primo elemento distintivo. Una struttura più durevole può ridurre la necessità di interventi di manutenzione e/o evitare la necessità di ricostruzione, per coprire un pari periodo di funzionalità, rispetto a una struttura meno durevole, con un impatto diretto e significativo sulle emissioni complessive associate al ciclo di vita dell’opera. In un contesto in cui la EPBD IV richiede di valutare l’impronta carbonica non solo in fase operativa, ma anche nelle fasi di produzione, manutenzione e fine vita, la durabilità elevata del calcestruzzo rappresenta un vantaggio competitivo sia dal punto di vista prestazionale sia in termini di sostenibilità.
Altrettanto rilevante è il contributo del calcestruzzo alle prestazioni termiche dell’involucro, quando viene correttamente progettata la gestione dell’onda termica prevedendo, ad esempio, elementi massivi capaci di accumulare calore nelle ore diurne e di dissiparlo attraverso ventilazione notturna. L’elevata massa termica del calcestruzzo garantisce infatti la stabilità delle condizioni interne, permettendo non solo di ridurre il consumo energetico, ma anche di assicurare un comfort climatico più costante e piacevole per gli occupanti.
L’involucro in calcestruzzo contribuisce così in modo determinante alla riduzione della domanda energetica, uno dei pilastri della direttiva per il raggiungimento dei target di neutralità climatica, e all’efficienza energetica e al comfort degli edifici. Come riportato ne “Il calcestruzzo per un’edilizia ad elevata efficienza energetica: i benefici della massa termica” a cura di Federbeton, grazie alla capacità di accumulare e rilasciare lentamente calore, il calcestruzzo:
- riduce il fabbisogno energetico per il riscaldamento (fino al 2–15%), attenua le oscillazioni termiche interne e ritarda i picchi di temperatura all’interno di uffici e di altri edifici adibiti ad uso non residenziale successivamente all’abbandono dei locali da parte degli occupanti;
- può rendere superflua l’installazione di impianti di condizionamento o, quando presente, ridurne il fabbisogno fino al 50%, soprattutto se abbinato alla ventilazione notturna;
- consente un uso più efficiente delle fonti di calore a bassa temperatura, come le pompe di calore geotermiche;
- contribuisce a diminuire i costi energetici complessivi e a ridurre in modo significativo le emissioni di CO₂ associate alla climatizzazione.
La capacità di regolare in modo naturale il microclima interno rende il calcestruzzo particolarmente adatto agli edifici di nuova generazione, progettati per integrare efficienza passiva e soluzioni ad alta prestazione energetica.
Negli ultimi anni, la ricerca e l’innovazione hanno ampliato l’offerta di calcestruzzi innovativi dal punto di vista ambientale, includendo soluzioni drenanti per la gestione delle acque meteoriche, calcestruzzi a ridotto contenuto di clinker per la diminuzione dell’impronta di carbonio e formulazioni fotocatalitiche capaci di contribuire alla riduzione degli inquinanti atmosferici nelle aree urbane. L’evoluzione dei materiali cementizi sta quindi offrendo nuovi margini per migliorare la qualità ambientale degli edifici e delle città, supportando la transizione verso un costruito più efficiente e sostenibile.
L’attenzione della EPBD IV alla carbon footprint dei materiali sta spingendo verso un utilizzo sempre più diffuso di questi prodotti il cui impiego consente di ridurre in modo significativo le emissioni incorporate, facilitando la conformità ai nuovi requisiti sul GWP lungo il ciclo di vita.
In questo scenario, il calcestruzzo non è solo un materiale strutturale, ma uno dei principali abilitatori della transizione verso edifici a emissioni zero: una piattaforma tecnologica in evoluzione continua, capace di coniugare prestazioni, durabilità e sostenibilità ambientale.

Roberto Conte, Cabinovia Pinzolo-Pra Rodont di Trento, realizzata con i materiali Heidelberg Materials
Heidelberg Materials: tecnologie e prodotti per la decarbonizzazione
Nel percorso verso edifici a emissioni zero, Heidelberg Materials ha definito una strategia di decarbonizzazione caratterizzata da obiettivi chiari e ambiziosi: ridurre le emissioni nette specifiche di CO₂ a <400 kg di CO₂ per tonnellata di materiale cementizio entro il 2030 e raggiungere la neutralità carbonica entro il 2050, in linea con gli obiettivi fissati dall’Unione Europea. Un percorso scandito da traguardi intermedi che punta su un insieme di tecnologie industriali, investimenti e nuovi prodotti capaci di anticipare le richieste dell’EPBD IV e di rispondere alle esigenze di un mercato sempre più orientato alla sostenibilità.
La linea evoBuild® e il cemento evoZero
L’innovazione tecnologica si traduce in un’offerta sempre più ampia di soluzioni che si distinguono per le caratteristiche di sostenibilità e circolarità già disponibili sul mercato. La nuova gamma di cementi e calcestruzzi della linea evoBuild® è caratterizzata da prodotti a basse emissioni di CO₂ (cemento e calcestruzzo), contenenti materiali da riciclo (calcestruzzo) oppure entrambe queste due caratteristiche.
I cementi possono contenere sottoprodotti industriali, quali la loppa d’altoforno, la cenere volante e la pozzolana, che contribuiscono a ridurre il contenuto di clinker dei prodotti; i calcestruzzi invece possono essere confezionati con miscele contenenti i cementi evoBuild, con una notevole riduzione delle emissioni di CO2, oppure con aggregati riciclati, riducendo così l’utilizzo di materie prime naturali, come la sabbia e la ghiaia. I primi devono garantire una riduzione di almeno il 30% rispetto ai valori di riferimento (CEM I o calcestruzzo a base di CEM I del 2020), mentre i prodotti circolari devono contenere almeno il 30% di inerti riciclati, oppure devono ridurre la quantità di materiali di almeno il 30% (calcestruzzo ad altissime prestazioni, stampa 3D, costruzioni digitali, ecc.). I calcestruzzi low-carbon permettono di ottenere prestazioni strutturali elevate riducendo nel contempo l’impronta carbonica complessiva, contribuendo al rispetto delle soglie GWP previste dall’EPBD IV.
L’obiettivo del Gruppo è generare il 50% dei ricavi da prodotti sostenibili entro il 2030, nel percorso verso il net zero.
In questo contesto si inserisce anche evoZero, il primo cemento near zero a CO₂ catturata (near-zero carbon captured) al mondo su scala industriale nel settore del cemento, prodotto impiegando la tecnologia Carbon Capture and Storage (CCS) nella cementeria di Brevik, in Norvegia, senza utilizzare crediti di compensazione generati all’esterno della filiera e mantenendo il 100% della qualità di un prodotto adatto a tutte le applicazioni.
Risultato di circa 20 anni di pianificazione e più di 800.000 ore di progettazione, a regime, lo stabilimento CCS di Brevik sarà in grado di catturare circa 400.000 tonnellate di CO2 all’anno, pari al 50% delle emissioni dell’impianto, e produrrà circa 500.000 tonnellate di clinker net-zero. Per l’atmosfera, un risultato paragonabile alla rimozione dalle strade di 180mila automobili.
Il ruolo dei combustibili alternativi nella decarbonizzazione
Parallelamente, Heidelberg Materials sta lavorando per un utilizzo sempre maggiore nei propri impianti dei combustibili alternativi, una pratica largamente diffusa in Europa e riconosciuta come “migliore tecnica disponibile” (BAT, Best Available Technique).
In Italia, il tasso di sostituzione con combustibili alternativi nelle cementerie è pari al 25,6%, in lieve aumento rispetto allo scorso anno ma decisamente inferiore alla media europea del 56,4% (Rapporto di sostenibilità Federbeton 2024). Gli impianti italiani sono già tecnologicamente attrezzati per raggiungere un livello analogo, ma restano ostacoli burocratici e culturali che frenano tali potenzialità. Il gruppo Heidelberg Materials utilizza combustibili alternativi, tra cui il CSS e il CSS-C, in sostituzione dei combustibili fossili in gran parte delle sue cementerie, generando già oltre il 90% dell’energia termica nei forni con combustibili alternativi, senza compromettere in alcun modo la qualità dei materiali da costruzione e alterare il profilo emissivo. L’obiettivo è quello di aumentare la quota di combustibili alternativi al 45% e la quota di biomassa al 20% del mix entro il 2030.
Si tratta di una delle leve principali per raggiungere l’ambizioso obiettivo di ridurre le emissioni di CO₂ a 400 kg per tonnellata di materiale cementizio entro il 2030.

Roberto Cella, cementeria Heidelberg Materials di Calusco d'Adda
Soluzioni drenanti e ad alta riflettanza per il microclima urbano
Un ruolo rilevante è svolto anche dai calcestruzzi drenanti e ad alta riflettanza, che rappresentano oggi una delle risposte più efficaci per la riduzione dell’accumulo di calore e il miglioramento del microclima urbano, come i.idro DRAIN ECO Low Carbon, specificatamente pensato per pavimentazioni pedonali e carrabili. Caratterizzato da un’elevata capacità drenante, ottenuta grazie a una selezione accurata degli aggregati, a un mix design ottimizzato e all’impiego di un legante a basso contenuto di clinker e di materiali riciclati certificati (≥ 5%), consente di ridurre i valori di CO₂ incorporata fino al 30% con benefici misurabili sul carbon footprint complessivo in ottica Life Cycle Assessment (LCA). L’accumulo di calore nelle superfici artificiali è una delle cause principali del fenomeno noto come isola di calore urbana (Urban Heat Island – UHI).
Grazie alla sua formulazione, il prodotto risulta conforme ai CAM Edilizia e CAM Strade, collocandosi nel percorso di decarbonizzazione del settore delle costruzioni, in linea con gli obiettivi europei di neutralità climatica 2050 e con i criteri DNSH (Do No Significant Harm) previsti dal PNRR.

Roberto Conte, dettaglio di pavimentazione realizzata con calcestruzzo drenante i.idro DRAIN
Prestazioni e durabilità come leve di sostenibilità
Accanto ai materiali drenanti, Heidelberg Materials offre anche calcestruzzi ad alte prestazioni, progettati per massimizzare durabilità e resistenza, che consentono di ridurre la quantità di materiale a parità di prestazioni meccaniche. Anche in questo caso, la riduzione dei consumi di materia prima e la maggiore vita utile dell’opera contribuiscono all’abbattimento del GWP complessivo.
Inoltre, poiché la EPBD IV prevede l’espressione del GWP dell’edificio su base annua negli attestati di prestazione energetica, una maggiore durabilità consente di ripartire le emissioni incorporate su un arco temporale più esteso, riducendo il valore annualizzato di CO₂ equivalente per metro quadrato. In questo senso, la durabilità del calcestruzzo rappresenta un parametro prestazionale chiave ai fini della sostenibilità e della conformità ai requisiti europei.
La disponibilità di prodotti conformi ai Criteri Ambientali Minimi (CAM) e in possesso di EPD, dati di impatto verificati e tracciabilità completa consente una valutazione LCA accurata e conforme alle richieste normative, facilitando all’ottenimento delle certificazioni ambientali, come LEED, BREEAM ed elevando la qualità progettuale complessiva.
Grazie a questi prodotti innovativi, il calcestruzzo diventa un elemento chiave all’interno della strategia europea per edifici a emissioni zero.

Roberto Conte, MAXXI di Roma, realizzato con i materiali Heidelberg Materials
Verso edifici a emissioni zero: il contributo della filiera cementizia
La trasformazione del settore delle costruzioni verso edifici a emissioni zero è una delle sfide decisive della transizione climatica europea. La EPBD IV, con il suo approccio integrato alla riduzione dei consumi, alla qualità dell’involucro e alla valutazione dell’impatto lungo il ciclo di vita, definisce un quadro ambizioso che orienterà le scelte progettuali e tecnologiche dei prossimi anni.
In questo contesto, il calcestruzzo si conferma un materiale strategico per la realizzazione di edifici ZEB. Durabilità, inerzia termica e prestazioni strutturali elevate ne fanno un alleato chiave per ridurre sia le emissioni operative sia quelle incorporate lungo il ciclo di vita. L’introduzione del GWP come parametro obbligatorio evidenzia ancor più quanto la scelta dei materiali influenzi la prestazione energetica degli edifici.
Heidelberg Materials sta già interpretando questa trasformazione con una strategia industriale tra le più avanzate del settore, fondata su cementi e calcestruzzi ad elevate prestazioni, soluzioni drenanti e sistemi di cattura della CO₂ su scala industriale. Innovazioni che consentono a progettisti, imprese e amministrazioni di disporre di materiali idonei a soddisfare i requisiti della EPBD IV e a ridurre concretamente il GWP lungo l’intero ciclo di vita delle opere.
La transizione verso edifici a emissioni zero richiede materiali affidabili, dati ambientali verificati e utilizzo di metodologie di calcolo ampiamente condivisibili, quali EPD e analisi LCA. L’articolo 4 della EPBD IV affida agli Stati membri la definizione della metodologia di calcolo della prestazione energetica degli edifici in conformità al quadro generale comune ivi definito (allegato I alla stessa direttiva 2024/1275), che include ad esempio che “per esprimere la prestazione energetica di un edificio, gli Stati membri definiscono indicatori numerici supplementari relativi all’uso totale di energia primaria non rinnovabile e rinnovabile e alle emissioni operative di gas a effetto serra prodotte in kg di CO2eq/(m2.a)”, lasciando peraltro spazi di specificazione metodologica nazionale che determineranno il modo in cui il contributo dei materiali sarà effettivamente computato.
In questo contesto regolatorio ancora in evoluzione, i prodotti e le soluzioni di Heidelberg Materials offrono un riferimento solido: materiali con prestazioni ambientali e meccaniche verificate che consentono di progettare edifici più performanti, resilienti e coerenti con gli obiettivi climatici europei.
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