Fabrizio Baleani si laurea in Filosofia all’Università di Macerata e si diploma al Master per l’Informazione Culturale promosso dall’Università di Urbino e dal Centro europeo per l’Editoria. Giornalista, ha scritto per service editoriali, radio, testate. Da gennaio 2021 si occupa come senior Advisor del settore delle relazioni con i media per la società di comunicazione LOV di Martina Tombolini. È stato redattore del Green TG, la prima web tv ecologica italiana. Ha collaborato all’ufficio stampa di imprese, enti, istituzioni che hanno promosso un forte impegno ambientale. È stato ufficio stampa ed editor per il marchio editoriale Fall in Lov. Ha diretto per la società Studio Graffa l’Accademia dell’editoria, una scuola di produzione e promozione libraria. È stato responsabile delle relazioni con i media e spin doctor politico seguendo numerosi candidati di diversi schieramenti a elezioni comunali (Genova, Trento), regionali (Marche Umbria, Liguria, Calabria, Veneto (2024-2025) politiche (2018, 2022) ed europee (2024).
Come cambiano le città: intervista a Paolo La Greca, presidente CEnSU
Più della metà della popolazione mondiale vive in aree urbane e nelle città si concentra gran parte dei consumi energetici: ripensarne la pianificazione è fondamentale per affrontare le sfide della sostenibilità e del cambiamento climatico. Nell’intervista, Paolo La Greca, professore ordinario di Tecnica e Pianificazione Urbanistica all’Università di Catania e presidente del Centro Nazionale di Studi Urbanistici (CEnSU), approfondisce il ruolo dell’urbanistica nell’integrazione tra energia, mobilità e rigenerazione urbana, dal Transit Oriented Development alla densificazione degli insediamenti esistenti, attraverso esempi virtuosi come Friburgo e Stoccolma. L’intervista affronta inoltre la resilienza delle città italiane ai rischi climatici e idrogeologici e il contributo dei produttori di materiali da costruzione alla riduzione dell’impatto ambientale lungo l’intero ciclo di vita, attraverso l’innovazione e la collaborazione tra i soggetti della filiera edilizia.
La maggioranza della popolazione mondiale vive all’interno di aree urbane. La crescita di questi centri nevralgici di attività collettive ha riflessi su una vasta mole di fattori interconnessi. Nelle metropoli, infatti, si consuma circa l’80% dell’energia mondiale e si producono più della metà del PIL. Numeri sproporzionati se commisurati alle percentuali di occupazione della superficie terrestre (2%), da parte di questi spazi fortemente antropizzati e perennemente alla ricerca di equilibrio economico, sociale ed ambientale a favore della collettività. Sono questioni al centro della traiettoria professionale di Paolo La Greca, professore ordinario di Tecnica e Pianificazione Urbanistica nell’Università di Catania e Delegato del Rettore alla Pianificazione e Sviluppo delle Strutture Universitarie. Ha diretto il Dipartimento di Ingegneria Civile e Architettura ed è stato componente del Senato Accademico. Ha ricoperto la vicepresidenza dell’International Society of City and Regional Planners. È presidente del Centro Nazionale di Studi Urbanistici (CEnSU). Il Centro nazionale di Studi Urbanistici è un Ente morale nato nel 1971 su iniziativa del Consiglio Nazionale degli Ingegneri. Esso include tra i suoi scopi statutari l’obiettivo di promuovere iniziative culturali, di informazione e di aggiornamento della disciplina urbanistica e di configurarsi quale organo qualificato di consulenza per il CNI e, laddove richiesto, per gli organismi politico-amministrativi. L’Ente associa e coinvolge ingegneri ed esperti che operano nel campo dello sviluppo urbano.

La strada per la sostenibilità globale passa attraverso le città e le metropoli del mondo: dalla crisi abitativa che riguarda tutti i Paesi Europei al climate change, sino alla vivibilità dei quartieri. Perché gli ecosistemi urbani sono così importanti per l’equilibrio del Pianeta?
«La questione ambientale è entrata per la prima volta tra le priorità dei governi nel 1972 con la Conferenza di Stoccolma. L’Agenda 21 arrivò, tuttavia, ben vent’anni dopo, a Rio nel 1992, con un programma di azioni, condiviso da oltre cento nazioni, per il XXI secolo, volto a garantire uno sviluppo economico, sociale e ambientale sostenibile del Pianeta. Oggi se ne ha, finalmente, piena consapevolezza. La “nostra casa comune”, per usare la metafora di Papa Francesco nella Laudato Sì è necessariamente un luogo finito. A fronte di risorse limitate e non riproducibili, ben più della metà della popolazione mondiale, e oltre il 75% di quella europea, è divenuta urbana. Vivendo nelle città essa ha assunto stili di vita energivori che impattano pesantemente sul sistema naturale. È necessario trovare un nuovo paradigma in grado di far emergere il contributo determinante delle città a fronte della complessità delle questioni energetiche e, nello stesso tempo, possa guidare un processo capace di agire, in primo luogo, localmente. La partecipazione e l’empowerment delle comunità urbane nell’influenzare le decisioni che le riguardano direttamente rappresentano parte del cambiamento richiesto ai nuovi modelli di pianificazione. La pesante eredità di una generica e pressoché universale sottovalutazione della necessità di un governo sostenibile di città e territori, ovunque nel Pianeta, fa di questo cambiamento una sfida epocale. Ma c’è di più. È l’idea stessa di città a dover evolvere verso una nozione di “ecosistema sostenibile” in cui risulti centrale la dimensione ambientale. Nel volume che ho curato con Maurizio Tira Pianificare per la sostenibilità energetica della città, pubblicato da Maggioli, ho evidenziato che cambiare il funzionamento delle città è ormai ineludibile, ma la pesante eredità della cattiva gestione del passato fa di questo cambiamento una sfida epocale».

Cosa significa per un gestore della cosa pubblica attivare strategie per la mitigazione e l’adattamento ai cambiamenti climatici e, più in generale, per la sostenibilità dello sviluppo già posta dall’agenda delle Nazioni Unite nella definizione dei Sustainable Development Goals. Cosa vuol dire per l’urbanista immaginare soluzioni in questo senso? Come si armonizza il lavoro di chi progetta con quello dell’amministratore pubblico?
«Ovviamente cresce anche il ruolo delle autorità locali e delle strategie di pianificazione nel contrastare la dipendenza dai combustibili fossili e nel ridurre gli impatti del climate change. La pianificazione territoriale urbanistica ha un ruolo chiave per consentire ad architetti, urbanisti e pianificatori di creare o rimodulare spazi esterni ed edifici resilienti ai cambiamenti climatici e alle condizioni atmosferiche estreme. Tuttavia, serve un nuovo modo di pensare. Un piano urbanistico, ad esempio, che si limiti a disegnare l’impianto viario di una città illimitatamente in crescita, assegnando “cubature” alle aree edificabili, è oggi del tutto inadeguato ai nuovi problemi della città. Ogni centro abitato, nei suoi piani di rigenerazione urbana, deve porre la questione energetica quale priorità non solo nell’indispensabile rinnovamento del patrimonio edilizio, non più consono alle esigenze di confort, sicurezza e qualità dell’abitare, ma anche nel riassetto delle strutture urbane. In questo senso, appaiono fattori decisivi la forma urbana, la localizzazione delle funzioni e la loro relazione con i sistemi di trasporto. Un altro aspetto, altrettanto rilevante, è quello dell’inclusione nei piani urbanistici di regole per agevolare e incentivare la produzione sostenibile di energia (fotovoltaico eolico, teleriscaldamento o teleraffrescamento). A fianco del miglioramento energetico degli edifici esistenti, attraverso tecnologie sempre più sofisticate, servono altre azioni, in termini di scala urbana e metropolitana. L’obiettivo 11 dei Sustainable Development Goals indica alcune priorità: garanzia dell’alloggio; accessibilità per tutti; protezione del patrimonio naturale e culturale; mitigazione e adattamento ai rischi urbani e territoriali. Si tratta di finalità in qualche modo legate al funzionamento energetico della città. Quest’ultimo è molto importante per la mobilità, la principale responsabile dell’insostenibilità della condizione urbana. Le crisi di mobilità sono causate in primo luogo dalla mancata attivazione di una pianificazione fortemente integrata tra gli aspetti urbanistici e quelli dei trasporti. Questo tema deve essere quindi affrontato integrando le destinazioni d’uso definite dai Prg con le nuove infrastrutture di trasporto. La cultura urbanistica ha da tempo superato l’idea di sistemi metropolitani costituiti da “new towns” insediate nel “prato verde”, dove la mobilità era prevalentemente garantita dalle auto private. La densificazione non deve essere più un tabù, come auspica il sopracitato obiettivo dell’Agenda ONU: nelle città metropolitane, anche di dimensioni medie, si va verso forme di densificazione e trasformazione degli insediamenti esistenti. In questa prospettiva, si è affermato, da oltre un trentennio, il concetto di Transit Oriented Development (TOD), un modo di organizzare o trasformare la città attorno ai “nodi” del trasporto pubblico, concentrando residenze, negozi, luoghi di lavoro, scuole, piccoli parchi e servizi essenziali a breve distanza dalle fermate di una linea di mobilità pubblica efficiente e in grado di far viaggiare un numero elevato di passeggeri. Un grande parcheggio senza altre funzioni accanto a una fermata della metropolitana è uno spreco inaccettabile di una risorsa pregiata: l’accessibilità».

Esistono modelli virtuosi di città all’avanguardia che possono rappresentare una sorta di ideale regolativo?
«In molte strutture urbane americane (per esempio: Pasadena in California, Portland in Oregon o Denver nel Nevada), si sono riconvertiti centri commerciali, zone industriali o grandi aree di parcheggio, collocati in un raggio di 500-700 metri dalle stazioni di metropolitane o di tranvie. Queste aree sono state trasformate in quartieri che comprendono residenze, commercio di vicinato, servizi e uffici, sempre caratterizzati da un’elevata qualità dello spazio pubblico, per rendere accessibile ai pedoni un trasporto “condiviso”. Anche in Europa si realizzano interventi di questo tipo, in Germania (il quartiere Vauban, a Friburgo, e Willemsburg, ad Amburgo), in Svezia (Hammarby, a Stoccolma) e in Norvegia (Aker Brigge a Oslo). Friburgo, in particolare, ma anche Hammarby sono realizzazioni esemplari che dimostrano in positivo il valore del contributo determinante giocato dalle città sul cambiamento climatico e quanto questo ci aiuterà a intervenire a livello locale. Con una migliore pianificazione urbanistica e una più grande partecipazione potremo conseguire significativi risultati nel raffrescare le città contrastando le isole di calore».

Come è noto il territorio italiano è costantemente messo a dura prova da eventi sismici, da eventi climatici sempre più intensi, per non parlare delle numerose fragilità idrogeologiche che coinvolgono tantissime città e paesi. Come affrontare tutto questo? E in particolare come possiamo rendere più resilienti le nostre città?
«L’insieme dei rischi urbani e territoriali che affliggono il nostro Paese è, purtroppo, fra i più rilevanti in Europa. In particolare, i pericoli generati dai cambiamenti climatici, assumono un posto rilevante. Lo sguardo con cui si è osservato questo ordine di problemi si è rivolto principalmente alla scala edilizia. Come? Favorendo l’inserimento di nuovi dispositivi di energia rinnovabile e soluzioni per l’isolamento termico negli edifici di nuova costruzione e il miglioramento dei sistemi di coibentazione. La dimensione urbana, che implica ulteriori complessità e apre a questioni strettamente interrelate, è stata, finora, sostanzialmente assente. È necessario agire con determinazione ma confortati da un affidabile sistema di conoscenze per coniugare i saperi scientifici e tecnici con il consenso all’azione che, spesso, è scarso, frammentato e perfino contestato. Il nuovo paradigma si deve fondare sull’integrazione della piena coscienza delle questioni energetiche con la pianificazione territoriale urbanistica e la gestione del sistema dei trasporti. Inoltre, il nuovo modello deve prevedere il pieno coinvolgimento nell’azione delle comunità locali e regionali, principali attori, di ogni operazione di rigenerazione volta alla sicurezza urbana. Occorrono, altresì, strumenti più adeguati e metodi più efficaci per affrontare questi nuovi aspetti con i quali devono confrontarsi il sapere e la pratica degli urbanisti. L’aumento della frequenza dei Medcane, i cicloni Mediterranei, prima sconosciuti ha posto, ad esempio, per le aree costiere la necessità indifferibile di ricorrere a quella che negli USA, dopo l’uragano Sandy che ha devastato New York, hanno identificato come la “managed retreat”. Si tratta di un arretramento gestito verso l’interno che prevede uno spostamento delle infrastrutture esposte ai rischi, rinaturalizzazione delle scogliere e dei litorali naturali intesi come concreti presidi di espansione sicura per gli eventi calamitosi».

Elena Galimberti
Le città sono fatte di cemento. Come i produttori di materiali da costruzione possono dare il loro contributo decisivo alla sfida della sostenibilità?
«L’impegno dei produttori per la transizione sostenibile muove dall’investire in innovazione e ricerca per raccogliere la sfida di ridurre l’impatto ambientale lungo tutto il ciclo di vita dei materiali, dalla produzione al riciclo. L’utilizzo di materie prime riciclate, la riduzione delle emissioni di CO₂ e l’efficienza energetica sono leve fondamentali. L’esempio già citato di Hammarby ci ricorda quanto sia importante sviluppare soluzioni durevoli, capaci di migliorare le prestazioni degli edifici. Sono convinto che una sana “coopetition” (competizione e cooperazione), in tutta la filiera edilizia (imprese, progettisti ma anche istituzioni) possa accelerare questo cambiamento. Il punto non è solo costruire meglio, ma ripensare il modo in cui trasformiamo le risorse in valore. Perché le città sostenibili di domani si costruiscono con le scelte e i materiali di oggi».
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