Co-fondatrice, community manager e volto di Greencome, new media dedicato alla sostenibilità, si occupa di contenuti editoriali, campagne e progetti di engagement che raccontano storie, condividono soluzioni e diffondono notizie su clima e ambiente, con l’obiettivo di sensibilizzare e ispirare un cambiamento positivo. Laureata magistrale in Economia e Politiche dell’Ambiente, ha affiancato al percorso accademico un impegno attivo in ambito associativo, in particolare con Legambiente, dove ha ricoperto il ruolo di delegata nazionale, con l’intento di tradurre l’attivismo personale in azioni concrete per la tutela dell’ambiente.
Acqua, clima e geopolitica: perché la gestione delle risorse idriche sarà una delle sfide centrali dei prossimi anni. Intervista a Emanuele Bompan
Il 22 marzo si è celebrata la Giornata mondiale dell’acqua, un’occasione per riflettere sull’importanza di questa risorsa. Per molto tempo l’acqua è stata considerata scontata, soprattutto nelle economie avanzate. Oggi però la combinazione tra cambiamento climatico, crescita dei consumi e tensioni geopolitiche sta rendendo sempre più evidente quanto la disponibilità idrica sia fragile e strategica. Calo delle precipitazioni nevose invernali, incremento dei prelievi per usi agricoli e industriali, aumento della frequenza di eventi siccitosi estremi, anche in zone caratterizzate fino a pochi anni fa da estati con clima tipicamente continentale; una serie di concause che hanno fatto ripensare, a livello europeo e globale, al ruolo dell’acqua nei processi umani. Da risorsa ritenuta virtualmente infinita, abbiamo cominciato a considerarla un bene prezioso da conservare e tutelare, in ogni sua forma, cominciando soprattutto dall’acqua dolce; quest’ultima, infatti, rappresenta una piccolissima parte dell’acqua totale del pianeta, solamente il 2,5 per cento, mentre la parte restante è acqua salata e oceanica. Due terzi dell’Umanità vive in zone soggette a stress idrico a causa dell’uso, della crescita e del cambiamento climatico. La sfida che ognuno di noi deve porsi ora è come custodire, gestire e distribuire efficacemente l’acqua che abbiamo. Nessuno può sottrarsi a questo impegno, comprese le realtà industriali che operano in comparti che utilizzano l’acqua per la produzione. È la risorsa più preziosa per l’uomo e come cittadini siamo chiamati a usarla “consapevolmente”. Per questo il tema dell’acqua sta diventando centrale in molti ambiti, dall’agricoltura all’industria fino alla progettazione delle città e delle infrastrutture.
Da tempo Heidelberg Materials Italia (e prima Italcementi) opera con un filone di ricerca dedicato al tema dell’acqua. In particolare, si è concentrata su un prodotto – i.idro DRAIN – che ha una altissima capacità drenante, 100 volte superiore a quella di un terreno naturale e che permette di rispettare il ciclo naturale dell’acqua.
Per capire meglio come stanno cambiando gli equilibri legati all’acqua abbiamo rivolto alcune domande a Emanuele Bompan, vincitore del premio giornalistico European Meteorological Society 2024 e direttore della rivista Materia Rinnovabile.
Negli ultimi anni la crisi idrica è diventata sempre più evidente anche in Europa. Quanto sta cambiando oggi la disponibilità di acqua e quali sono i fattori principali, climatici, economici e demografici, che stanno mettendo sotto pressione questa risorsa?
Proprio in queste settimane abbiamo osservando dinamiche geopolitiche che stanno compromettendo la disponibilità idrica in alcune aree del pianeta. Abbiamo visto attacchi a impianti di desalinizzazione nella penisola araba e in Iran, oltre alla contaminazione delle falde causata dai bombardamenti nelle aree petrolifere iraniane. Sono esempi che mostrano come anche i fattori geopolitici possano incidere in modo molto grave sulla disponibilità di acqua.
In generale, però, la scarsità idrica nasce dall’incrocio di più fattori. Io la descrivo spesso proprio così: come un punto di intersezione tra cambiamenti nella disponibilità fisica dell’acqua e trasformazioni nella domanda. Da un lato c’è la trasformazione della geografia della risorsa legata al cambiamento climatico: siccità più lunghe, eventi meteorologici estremi, cambiamenti nella distribuzione delle piogge e lo scioglimento dei ghiacciai, che rappresentano i più grandi serbatoi naturali di acqua dolce.
Dall’altro lato c’è il tema della domanda, cioè dei consumi legati alle attività umane. Se il cambiamento climatico modifica la disponibilità della risorsa, la pressione esercitata dai prelievi e dalla gestione dell’acqua ne determina lo stress. Dove la gestione è inefficiente o poco pianificata possono emergere situazioni particolarmente critiche.
Un esempio spesso citato è quello del cosiddetto Day Zero, il momento in cui un territorio – spesso una grande città – rischia di rimanere senza acqua disponibile. Va ricordato che la quota più rilevante di acqua a livello globale continua a essere utilizzata dall’agricoltura, mentre le città concentrano gran parte dei consumi non agricoli e per questo diventano contesti particolarmente delicati.
Allo stesso tempo, non si tratta di un fenomeno uniforme a livello globale. Esistono aree che rappresentano veri e propri hotspot di stress idrico (come l’Italia, l’India, la Cina costiera o alcune regioni africane) mentre in altre parti del mondo la disponibilità di acqua sta addirittura aumentando. In paesi come Russia o Canada, ad esempio, lo scioglimento dei ghiacci sta rendendo accessibili nuovi territori coltivabili e nuove risorse idriche.
È quindi un fenomeno estremamente complesso, con dinamiche molto diverse da luogo a luogo, che va sempre interpretato nel contesto specifico di ogni territorio.

L’agricoltura è uno dei settori che consuma più acqua, ma spesso pensiamo al consumo idrico solo quando è diretto. In realtà una parte enorme dell’acqua che utilizziamo è “nascosta” nei prodotti che produciamo e scambiamo a livello globale, con implicazioni anche economiche e geopolitiche. Ci puoi spiegare cosa si intende per virtual water e in che modo il commercio internazionale comporta questo scambio invisibile di acqua?
Il concetto di virtual water è stato introdotto da Tony Allan e si basa su un’idea piuttosto semplice: calcolare quanta acqua è necessaria per produrre un determinato bene, prodotto in un territorio e consumato magari in un altro. Non si tratta solo di alimenti, ma anche di capi di abbigliamento, oggetti di uso quotidiano, materiali da costruzione e persino energia.
Ogni prodotto, infatti, porta con sé una propria impronta idrica. Per fare qualche esempio, per produrre un chilogrammo di carne possono servire tra i 6.000 e i 15.000 litri di acqua, mentre per un chilogrammo di formaggio servono invece tra gli 800 e 5.000 litri.
Immaginiamo che la nostra bistecca venga prodotta in una zona siccitosa del Brasile: per coltivare il foraggio, dissetare gli animali e garantire le condizioni igieniche dell’allevamento si possono utilizzare anche 16-18 mila litri d’acqua per ogni chilogrammo di carne, spesso in territori già vulnerabili dal punto di vista idrico.
Quell’acqua, di fatto, viaggia insieme al prodotto attraverso il commercio internazionale. Quando quella carne viene consumata in un altro paese, il consumo idrico nazionale non ne viene modificato, ma in realtà – come avviene per le emissioni di CO2 con il commercio – il consumo d’acqua è stato semplicemente spostato nel paese di origine del bene.
In alcuni casi questo meccanismo si intreccia con dinamiche molto più ampie, come il fenomeno del land grabbing, cioè l’acquisizione di grandi superfici agricole nei paesi più poveri da parte di aziende o stati stranieri.
Il risultato è che territori già fragili dal punto di vista ambientale possono trovarsi a utilizzare grandi quantità d’acqua per produrre beni destinati all’esportazione, mentre le comunità locali devono percorrere chilometri per trovare acqua da utilizzare per cucinare o lavarsi.
Inevitabile concludere: l’acqua sarà una delle risorse strategiche centrali del XXI secolo.

Con la nuova Water Resilience Strategy, l’Unione Europea riconosce l’acqua come una risorsa strategica ed essenziale ma che è in pericolo. Quanto è importante questa strategia e quali implicazioni può avere per la sicurezza e la gestione delle risorse idriche in Europa?
Oggi l’Europa, così come altre grandi aree del mondo, riconosce chiaramente che l’acqua è una risorsa fondamentale e strategica, con un livello di criticità crescente per la stabilità economica, per la stabilità politica e per il benessere e la salute dei cittadini.
Per questo diventa sempre più importante iniziare a investire nella sicurezza idrica e nella resilienza dei sistemi idrici. Quando si parla di sicurezza idrica bisogna considerare due dimensioni diverse: water safety e water security.
La water safety riguarda la sicurezza igienica dell’acqua, quindi la sua qualità e la sua non contaminazione. Non parliamo solo di contaminazioni di tipo biologico o da patogeni, ma anche di altri rischi, come la presenza di sostanze chimiche o addirittura possibili contaminazioni intenzionali o attacchi ostili alle infrastrutture idriche.
Dall’altra parte c’è la water security, che riguarda invece la disponibilità di acqua in quantità sufficiente per garantire l’igiene, gli usi domestici e tutti gli altri utilizzi, compresi quelli industriali.
L’Europa deve quindi lavorare su entrambi questi aspetti: garantire che l’acqua sia disponibile e che lo sia in modo sempre più resiliente di fronte ai fenomeni che stanno cambiando il ciclo idrico, cioè quelli legati alla water resilience. Proprio per questo è stata elaborata una strategia dedicata, con l’obiettivo di rafforzare la capacità dei sistemi idrici di adattarsi e resistere agli shock, non solo nelle città ma su scala molto più ampia, cioè a livello di tutti i territori europei.
Questo significa innanzitutto aumentare gli investimenti e rafforzare la lotta agli inquinanti. Tra i più rilevanti troviamo PFAS e microplastiche, che possono avere impatti molto significativi sulla salute dei cittadini. Si stima che i costi sanitari legati alla presenza solo di PFAS possano arrivare fino a 84 miliardi di euro all’anno.
Servono quindi investimenti importanti anche sul fronte delle tecnologie innovative. La resilienza idrica passa anche dalla capacità di progettare reti, edifici e materiali più efficienti nella gestione dell’acqua, capaci di ridurre perdite, recuperare risorse e adattarsi agli eventi estremi. Una parte rilevante delle risorse sarà destinata proprio allo sviluppo di soluzioni avanzate per la gestione integrata dell’acqua, per il riciclo delle acque e dei fanghi e per la realizzazione di infrastrutture idriche sempre più resilienti. In questo ambito si gioca anche una partita di leadership tecnologica per l’Europa.

La gestione dell’acqua riguarda sempre di più anche il modo in cui progettiamo città, infrastrutture e sistemi produttivi. Come dovrebbero cambiare, secondo te, la progettazione urbana e le filiere industriali per contribuire a una gestione più efficiente e resiliente delle risorse idriche?
Nel contesto urbano dovremmo indirizzarci verso quelle che gli esperti le chiamano circular water cities, cioè città organizzate secondo il principio della piena circolarità dell’acqua. L’idea è ridurre i consumi, massimizzare il riutilizzo e chiudere il più possibile i cicli idrici all’interno dei sistemi urbani.
Questo può tradursi, ad esempio, nel recupero e nel riutilizzo delle acque grigie negli edifici, nella raccolta dell’acqua piovana o nel riuso delle acque depurate per alcuni usi urbani, come l’irrigazione.
Anche il ruolo dei depuratori sta cambiando. Non sono più solo infrastrutture dedicate alla depurazione, ma stanno diventando veri e propri impianti di recupero di risorse, capaci di estrarre materiali utili, produrre biogas e reimmettere l’acqua trattata nel ciclo.
Un altro tema fondamentale riguarda l’efficienza delle reti idriche. In Italia, ad esempio, le perdite lungo le reti sono ancora molto elevate, e tecnologie avanzate, sensori e sistemi di analisi basati sull’intelligenza artificiale possono contribuire a individuarle e ridurle in modo significativo.
Allo stesso tempo le città devono imparare ad adattarsi meglio agli eventi estremi legati all’acqua, dalle siccità alle piogge intense. Questo implica anche ripensare le infrastrutture urbane e i materiali con cui vengono realizzate, dalla gestione delle acque piovane alle superfici drenanti, fino agli impianti di trattamento e riciclo dell’acqua.
Tutto questo è fondamentale, ma deve essere accompagnato anche da un cambiamento nel modo in cui utilizziamo l’acqua nei processi produttivi. Ottimizzare l’uso della risorsa significa intervenire non solo sulla gestione urbana, ma anche sulle filiere industriali, riducendo i consumi e favorendo il recupero e il riutilizzo dell’acqua lungo i cicli produttivi.
Proprio per questo oggi molti settori stanno investendo in innovazione e in sistemi più efficienti di gestione dell’acqua, anche quelli che storicamente non sono stati tra i principali consumatori di questa risorsa. Un esempio è quello del settore delle costruzioni, dove si stanno diffondendo sistemi di monitoraggio dei consumi idrici e pratiche di recupero e riutilizzo dell’acqua negli impianti e nei cantieri, con l’obiettivo di ridurre il prelievo di acqua “vergine” e migliorare l’efficienza complessiva dei processi.

Guardando al futuro, quindi quali sono secondo te le strategie più efficaci per migliorare la gestione dell’acqua e ridurre la pressione sulle risorse idriche?
Se limitiamo lo sguardo all’Europa, un elemento fondamentale riguarda l’impegno politico. Oggi è difficile trovare governi che non riconoscano la priorità strategica della gestione dell’acqua, indipendentemente dal colore politico. A differenza di altre questioni ambientali, spesso più divisive nel dibattito pubblico, l’acqua è probabilmente uno dei temi più bipartisan e condivisi.
Esiste quindi una crescente attenzione politica, ma anche un forte interesse economico. Molti attori si stanno muovendo in questa direzione e, soprattutto dopo l’indicazione della visione europea contenuta nella Water Resilience Strategy, è probabile che nei prossimi anni si attivi una mobilitazione molto significativa anche sul piano degli investimenti.
Un contributo importante arriva anche dal progresso delle conoscenze scientifiche. Il miglioramento dei dati climatici e dei modelli di previsione consente di comprendere con maggiore precisione quali potrebbero essere gli scenari futuri. Pensiamo, ad esempio, alla questione dei ghiacciai alpini: nei prossimi 30-50 anni potrebbe diventare un tema estremamente rilevante per la sopravvivenza di molte aree agricole. Non solo nella Pianura Padana, ma anche in regioni della Germania e della Francia che, in alcuni periodi dell’anno, dipendono in modo significativo dall’acqua proveniente dallo scioglimento estivo dei ghiacciai.
La sensazione, come osservatore, è che in questo momento ci sia molto movimento soprattutto nei paesi che hanno sviluppato competenze avanzate su questi temi, come l’Olanda, la Francia e, negli ultimi tempi, anche l’Italia. Un segnale interessante arriva proprio dal nostro paese, che ospiterà in autunno la conferenza One Water con l’obiettivo di posizionarsi come centro di competenza mediterraneo sui temi legati all’acqua.
Rispetto anche solo a otto anni fa, tuttavia, è evidente che la preoccupazione politica ed economica attorno alla questione dell’acqua sia cresciuta in modo significativo. Anche settori tradizionalmente molto influenti, come la finanza, stanno iniziando a guardare con grande attenzione alla gestione delle risorse idriche.
Si sta quindi iniziando davvero a lavorare nella direzione di una maggiore resilienza dei sistemi idrici.
Sempre più spesso il tema dell’acqua entra anche nelle strategie industriali e nei sistemi di rendicontazione delle imprese, diventando un elemento chiave sia per la sostenibilità ambientale sia per la sicurezza economica.
Molte aziende stanno lavorando per misurare con maggiore precisione il proprio impatto idrico e per ottimizzare l’uso della risorsa lungo i processi produttivi, ad esempio innovando e aumentando il recupero e il riutilizzo dell’acqua.
In alcuni settori la sfida è proprio trovare un equilibrio tra maggiore efficienza nell’uso dell’acqua e il mantenimento degli standard qualitativi e di sicurezza dei prodotti, dimostrando che una gestione più sostenibile della risorsa può andare di pari passo con la qualità e l’affidabilità dei processi industriali.
Perché, in ultima analisi, senza acqua non esiste alcuna attività umana: possiamo immaginare un’economia senza petrolio, ma non potremo mai immaginare una società senza acqua.

Per molto tempo in Europa l’acqua è stata percepita come una risorsa quasi ovvia: facilmente accessibile, disponibile nelle case e spesso associata a costi molto bassi. Questa percezione di abbondanza può aver contribuito a sottovalutarne il valore e i limiti?
Sì, in effetti questo è uno degli aspetti centrali del problema. Siamo stati talmente bravi, dal punto di vista infrastrutturale e gestionale, a garantire la disponibilità di acqua che nel tempo abbiamo finito per considerarla qualcosa di normale, quasi scontato. Se ci pensiamo bene, però, si tratta di una condizione relativamente recente: avere l’acqua corrente all’interno delle abitazioni non è una realtà che esiste da così tanto tempo.
Tra l’altro, anche oggi esistono ancora alcune aree in Italia in cui l’acqua corrente domestica non è pienamente garantita. Si tratta di situazioni rare, ma che mostrano come l’accesso all’acqua non sia ancora uniforme.
Nel complesso, però, come società ci siamo abituati a questa disponibilità. Fino a una ventina di anni fa in molte parti d’Europa sembrava che l’acqua fosse una risorsa praticamente inesauribile e il suo costo era così basso da non essere quasi percepito.
In realtà in alcune aree del Mediterraneo, come la Sicilia, la Puglia o alcune regioni della Spagna, si è sempre convissuto maggiormente con condizioni di siccità strutturale, spesso aggravate da infrastrutture meno sviluppate.
Negli ultimi 25 anni, però, l’aumento dei fenomeni siccitosi e la maggiore consapevolezza degli effetti del cambiamento climatico hanno riportato al centro la questione del valore dell’acqua.
Ed è proprio su questo valore che bisogna tornare a riflettere. L’acqua ha un valore umano, sociale ed economico. Il rischio è che, se non viene gestita con attenzione, possa diventare una risorsa accessibile soltanto a chi ha la possibilità di pagarla.
Per questo è importante riconoscerne il valore, ma allo stesso tempo tutelarla come valore universale, evitando che diventi un bene riservato solo a chi può permetterselo dal punto di vista economico.
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