Giornalista professionista freelance, è laureata in Filosofia Teoretica all’Università Statale di Milano. Dopo aver esordito con collaborazioni per il Sole24Ore (Casa24) e il mensile Elle, attualmente scrive on&off line per testate nazionali ed estere centrando la sua indagine su design e architettura con particolare attenzione alla sostenibilità, Nuovo Umanesimo ed economia circolare. Pur viaggiando molto mantiene casa e cuore a Milano, la capitale del design che ha eletto a propria patria dopo aver vissuto a Londra per qualche tempo.
Lavorare con serietà lasciando la porta della curiosità sempre aperta alle novità. L’augurio dell’architetto Marco Piva per il 2026
Sostenibilità, Intelligenza Artificiale e gestione del cambiamento. Il 2026 si apre all’insegna di sfide ambiziose, obiettivi di sviluppo che richiedono continuo aggiornamento, nuove specializzazioni ma anche sensibilità e intuito. Per augurare buon anno in maniera coerente a questo contesto così impegnativo e stimolante abbiamo deciso di condividere con la Community del Blog Heidelberg Materials il parere che abbiamo raccolto a riguardo da Marco Piva, uno degli architetti italiani più importanti del panorama di settore che con il suo studio SMP ha firmato interventi in Italia e all’estero che gli hanno procurato plauso e notorietà internazionali. Tra i più recenti menzioniamo il Gran Melià Palazzo Cordusio a Milano, Palazzo Touring Club e Santa Sofia sempre a Milano così come i complessi residenziali Torre Seta, Syre e Easy, a Venezia invece Palazzo Nani e a Casablanca Le Meridien. Attualmente è impegnato nello sviluppo di masterplan urbani in Cina e Albania, ville private nei cinque continenti, recuperi di edifici storici, come il complesso termale di Recoaro Terme e gli interni della Cavallerizza Reale a Torino, nonché nella creazione di arredi e complementi di design per le principali aziende italiane che operano in questo comparto produttivo. A lui abbiamo chiesto come vede quest’anno che sta iniziando, quali linee di sviluppo prevede per il mondo delle costruzioni e cosa consiglia ai giovani che vogliono seguire questa professione così antica e così moderna com’è l’immaginare e l’edificare luoghi da vivere per l’umanità di oggi e di domani.

Nailya Vagabova, l'architetto Marco Piva
Quali sono, secondo lei, i temi che nel 2026 si imporranno all’attenzione nei progetti architettonici, urbanistici e nell’interior design a Milano e sul mercato domestico italiano?
«Nel 2026, sia a Milano sia più in generale nel mercato domestico italiano, credo che nei progetti architettonici, urbanistici e di interior design emergeranno alcuni temi chiave ormai difficili da ignorare.
Prima di tutto, la sostenibilità non sarà più considerata un requisito aggiuntivo, ma diventerà parte integrante del linguaggio progettuale. Nei nuovi edifici e negli interventi di rigenerazione vedremo soluzioni che uniscono natura e costruito in modo molto più strutturale: facciate verdi, tetti giardino, sistemi di gestione dell’acqua integrati, materiali rigenerativi e un’attenzione particolare al comfort climatico. Milano, che soffre molto l’isola di calore e la densità edilizia, si muoverà verso una città più “porosa”, con spazi verdi che non sono decorazioni ma infrastrutture ambientali reali.
Da tempo nel mio Studio ho attivato un concept progettuale che ho chiamato “Green Wave”, un nuovo modo di concepire gli spazi esterni urbani: terrazze, coperture e cortili sono reinterpretati come estensioni vitali dell’abitare contemporaneo, luoghi di socialità e benessere che uniscono architettura, natura e tecnologia. L’idea nasce dalla constatazione che nelle città esiste un patrimonio enorme di superfici inutilizzate, tetti, lastrici solari, terrazze, che possono diventare nuovi spazi di relazione e micro‐ecosistemi verdi, capaci di migliorare il comfort abitativo e ridurre l’impatto ambientale.
Parallelamente, dal punto di vista urbanistico, si rafforzerà l’idea di una Milano policentrica. Non più solo il grande centro o le aree simbolo, ma una rete di quartieri con identità proprie, in cui lo spazio pubblico, la mobilità e i servizi di prossimità diventano elementi decisivi di qualità urbana. Continuerà a essere centrale la rigenerazione delle aree dismesse, con progetti che mescolano residenze, lavoro, cultura e verde per creare luoghi vivi a tutte le ore, come nel progetto di rigenerazione urbana Syre ed Easy che sta vedendo la luce in zona San Siro, un complesso residenziale avvolto nel verde che vedrà circa il 50% di appartamenti in locazione in edilizia convenzionata.
Un altro tema forte, sul quale stiamo puntando molto, sarà la tecnologia invisibile. Non ostentata, ma integrata: domotica, sistemi di gestione dell’energia, sensoristica, illuminazione intelligente. Tutto ciò renderà gli ambienti più confortevoli e sostenibili senza disturbare l’estetica.
Mi aspetto un 2026 in cui il progetto, dalla scala urbana a quella domestica, diventerà più umano, più sensoriale e più consapevole. Una città e delle case che non puntano solo alla performance o allo stile, ma a un modo di vivere più equilibrato e sostenibile».

BAMSPhoto, SYRE EASY Milano

Marco Piva, SYRE EASY sketches
Quale ruolo giocherà la Sostenibilità? Dal suo punto di osservazione ritiene che oggi si stia progettando in maniera sostenibile o che la sostenibilità sia ancora da implementare come modus operandi standard? Come la ricerca sui nuovi materiali coadiuva questo cambiamento?
«Come anticipato nella precedente risposta, la sostenibilità ha un ruolo sempre più centrale e strategico, non deve più essere interpretata come un “requisito” da soddisfare o un insieme di certificazioni da ottenere, ma come una logica progettuale strutturale, capace di guidare scelte architettoniche, urbanistiche, costruttive e persino stilistiche.
Purtroppo, ancora oggi non si sta ancora progettando in modo davvero sostenibile in senso sistemico. Ci sono eccellenze, casi avanzati, sperimentazioni importanti, ma il modus operandi diffuso, sia in Italia sia in molte parti d’Europa, non ha ancora incorporato pienamente la sostenibilità come criterio automatico. Spesso viene applicata “a valle” del progetto o come insieme di accorgimenti migliorativi, non come premessa concettuale del processo.
Le ragioni sono molte: resistenze del mercato, vincoli economici, lentezza normativa, ma anche la difficoltà di abbandonare metodologie consolidate. Tuttavia, la direzione è chiara: nei prossimi anni la sostenibilità diventerà una condizione imprescindibile, spinta non solo da urgenze ambientali, ma anche da una crescente richiesta sociale e dal valore economico degli edifici efficienti, salubri e duraturi.
In questo scenario, la ricerca sui nuovi materiali sta rappresentando un acceleratore decisivo. I materiali non sono più solo “elementi costruttivi”: oggi sono dispositivi ambientali e sensoriali. Stanno emergendo soluzioni che rendono più immediato, concreto e accessibile progettare in modo sostenibile, come materiali riciclati o riciclabili, superfici che migliorano la qualità dell’aria o reagiscono alla luce e al calore, materiali naturali trattati con tecnologie avanzate che ne aumentano la durabilità. Questa ricerca non solo rende possibile una progettazione più responsabile, ma cambia la cultura stessa del progetto, spingendo architetti, designer e aziende a ripensare il rapporto tra estetica, funzionalità e impatto ambientale.
La sostenibilità sta passando dall’essere un obiettivo ideale al diventare un metodo operativo, ma la transizione non è ancora compiuta. La vera sfida dei prossimi anni sarà trasformare questo approccio in normalità: non un’opzione virtuosa, ma la base di ogni progetto. I nuovi materiali, e la ricerca che li accompagna, sono uno degli strumenti più potenti per rendere questa trasformazione non solo necessaria, ma anche desiderabile e creativa.
Vorrei portare ad esempio il progetto curato dal nostro Studio per Palazzo Tirso a Cagliari: un intervento che interpreta la sostenibilità partendo dal principio che l’opzione più ecologica, seppur non la più semplice, è spesso quella di non demolire. Recuperare un edificio esistente e restituirgli dignità architettonica significa infatti ridurre drasticamente l’impatto ambientale legato a nuove costruzioni, limitare l’uso di materiali e preservare la memoria del luogo. A questo approccio si affianca l’impiego di materiali a basso impatto, come laminati riciclati e pietre locali, e un progetto illuminotecnico che riutilizza gli apparecchi già presenti, aggiornandoli con sorgenti LED efficienti e semplificando gli scenari di controllo per ridurre consumi, cavi e impianti superflui. Così l’edificio è diventato più sostenibile non solo nei materiali, ma nell’intero processo progettuale, trovando un’armonia autentica tra tutela dell’esistente e contemporaneità. In ultimo, per tornare al tema della “Green Wave”, la terrazza all’ultimo piano non era mai stata utilizzata, e il nostro progetto ha permesso di creare un ristorante, in parte chiuso tramite una struttura vetrata, che poi si estende sulla terrazza dove è stato creato anche un bar, diverse zone lounge e una piscina con solarium: uno spazio assolutamente versatile, in linea con le nuove tendenze, dove natura e progetto si fondono sulla spettacolare vista della Darsena Cagliaritana.
Anche nella SPA dell’Excelsior Palace a Rapallo, recentemente conclusa, il progetto si è concentrato sul recupero e la valorizzazione delle strutture esistenti, evitando interventi invasivi e riducendo al minimo le nuove costruzioni. Così è stato preservato il patrimonio architettonico, ma anche ottimizzato l’impiego delle risorse. Dal punto di vista impiantistico, è stata realizzata una piscina dotata di una vasca di compensazione, e le cascate sono dotate di pulsanti temporizzati, che ne regolano il flusso in modo razionale, contribuendo così a una gestione idrica più efficiente e sostenibile.
Questo dimostra che la sostenibilità è un tema centrale in ogni ambito, anche in strutture notoriamente caratterizzate da un alto consumo energetico. Sempre più, operatori e utenti finali riconoscono l’importanza di progettare spazi che rispettino le risorse naturali e riducano l’impatto ambientale».

Marco Piva, Rooftop Palazzo Tirso, Cagliari

Marco Piva, SPA Excelsior Palace Rapallo
Grande protagonista del 2025 è stata indubbiamente l’Intelligenza Artificiale. Regina di profonde riflessioni, anche filosofiche, e monumentali investimenti l’IA sembra destinata a impattare anche sull’architettura. Cosa dobbiamo o possiamo aspettarci?
«L’intelligenza artificiale, dopo il clamore dello scorso anno, entrerà nel mondo dell’architettura in modo più maturo e meno superficiale. Non sarà semplicemente uno strumento di generazione di immagini o un gadget creativo, ma diventerà parte reale del processo progettuale, modificandone ritmi, logiche e possibilità. È realistico aspettarsi che l’IA affianchi il progettista sin dalle prime fasi, offrendo in pochi minuti ciò che oggi richiede giorni: alternative di layout, simulazioni energetiche, studi di forma, analisi dei flussi urbani e delle prestazioni di un edificio. Questo non sostituisce l’architetto, anzi: amplifica la sua capacità di valutare molte più opzioni, di esplorare direzioni inattese e di prendere decisioni con dati più completi.
L’approccio dello Studio Marco Piva all’AI è aperto e sperimentale, abbiamo l’obiettivo di integrare questa tecnologia nei processi creativi e tecnici, senza snaturare la nostra visione progettuale. All’interno di SMP alcuni team multidisciplinari ne fanno già uso, in diverse fasi del lavoro. Utilizziamo diversi sistemi, integrandone le potenzialità. Nella progettazione ci aiutano a generare suggestioni e spunti visivi che sviluppiamo sulla base del nostro know-how, mentre in ambito tecnico ci supportano nell’affinamento delle indagini concettuali e dell’editing di immagini e video. Parallelamente, stiamo lavorando allo sviluppo di un modello proprietario, basato sulla nostra esperienza progettuale pluridecennale e sul nostro immenso archivio di idee, dati e soluzioni, per avere strumenti ancora più vicini al nostro modo di progettare.
Sono convinto che l’AI influenzerà in modo significativo il mondo della progettazione, come ogni innovazione tecnologica, ma credo sia fondamentale utilizzarla come supporto e non come sostituto della creatività, preservando il ruolo centrale della visione che il progettista esprime.
Più l’IA verrà incaricata di gestire la complessità tecnica, più al progettista resterà la parte autenticamente umana del progetto: le scelte culturali, etiche, simboliche; la capacità di interpretare i bisogni; il discernimento estetico; la costruzione del senso degli spazi. La macchina può generare infinite possibilità, ma è il progettista a decidere quale ha valore, quale risponde al contesto, quale merita di essere costruita.
Per concludere, credo che l’AI cambierà radicalmente gli strumenti dell’architettura, ma non il cuore dell’architettura stessa. E questo, forse, è il suo contributo più importante».

Lei lavora molto all’estero, sia nel residenziale che nel mercato office, quali differenze e quali contiguità ravvisa tra i progetti che si sviluppano fuori dai nostri confini e quelli che si perseguono da noi? Ritiene che ci siano elementi di stimolo per il nostro panorama urbanistico, architettonico ed anche di interior design?
«Lavorando molto all’estero, ho avuto modo di osservare con chiarezza alcune differenze strutturali e culturali rispetto a ciò che avviene in Italia, ma anche sorprendenti contiguità che spesso passano inosservate.
Una delle differenze più evidenti riguarda l’approccio alla scala urbana e alla sperimentazione progettuale. In molti paesi europei e oltreoceano, i vincoli burocratici e normativi sono spesso meno rigidi di quelli italiani, o quantomeno più trasparenti, e questo permette di provare soluzioni innovative su scala più ampia: masterplan residenziali che integrano spazi verdi, servizi condivisi, mobilità dolce e strategie di resilienza ambientale; edifici per uffici che sono veri ecosistemi verticali, capaci di interagire con la città circostante. In Italia, anche a Milano, la sperimentazione c’è, ma spesso deve confrontarsi con una stratificazione normativa e culturale che frena la rapidità e la libertà di azione.
Detto questo, esistono forti contiguità: la cura dei materiali, la ricerca estetica, la sensibilità al dettaglio e il legame con il contesto sono valori che accomunano molti progetti internazionali a quelli italiani. Se c’è un elemento che spesso distingue il nostro panorama, è proprio la capacità di raccontare la storia, la cultura e la qualità artigianale attraverso l’architettura e l’interior design, anche in progetti contemporanei. Questa dimensione narrativa, che all’estero talvolta è più discreta o funzionale, resta un punto di forza riconosciuto nel nostro lavoro.
Inoltre, sono orgoglioso di poter dire che il mio team è una squadra multi-etnica e multiculturale, attualmente composto da collaboratori che provengono da più di 10 nazionalità, e questa diversità linguistica e culturale non solo arricchisce il nostro ambiente di lavoro, ma rappresenta anche un valore aggiunto significativo per i progetti che realizziamo. La varietà di prospettive e approcci creativi ci consente di affrontare le sfide progettuali da diversi angoli, promuovendo soluzioni uniche e sostenibili. Inoltre, la capacità di comunicare in più lingue facilita la collaborazione con clienti e partner internazionali, assicurando una profonda comprensione delle esigenze locali e delle normative specifiche».

L’inizio dell’anno è classicamente tempo di auguri. Cosa si sente di augurare ai giovani aspiranti architetti che stanno iniziando a fare le prime esperienze in questo settore? Su cosa consiglia di puntare, in cosa dovrebbero specializzarsi?
«Ai giovani aspiranti architetti che stanno muovendo i primi passi in questo settore auguro innanzitutto di non perdere mai la curiosità e la passione per il progetto, perché sono queste qualità che permettono di affrontare le sfide più complesse senza smarrire la propria identità professionale. L’architettura, oggi più che mai, richiede non solo competenze tecniche, ma una visione ampia, capacità di ascolto dei contesti e delle persone, e la volontà di coniugare estetica, funzione e sostenibilità.
Consiglio di puntare sulla formazione continua e sulla multidisciplinarità. La conoscenza dei nuovi materiali, delle tecnologie digitali, della modellazione parametrica e, più recentemente, delle potenzialità dell’intelligenza artificiale, diventa un vantaggio competitivo reale. Al tempo stesso, non bisogna dimenticare l’importanza di sviluppare sensibilità estetica, cultura del progetto e capacità critica: strumenti indispensabili per decidere quali possibilità offerte dalla tecnologia e dai dati hanno davvero valore progettuale.
Infine, consiglio di fare esperienze concrete, anche all’estero, confrontandosi con culture, regolamenti e approcci progettuali diversi dai nostri. L’architettura è globale e la capacità di adattarsi, comprendere diversi contesti e saper collaborare in team eterogenei è fondamentale. Il mio augurio è di restare curiosi, aperti, coraggiosi nel proporre idee nuove, e nello stesso tempo solidi nei principi progettuali: che la loro carriera sia un percorso di crescita continua, capace di coniugare creatività e responsabilità».
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